Diario di Viaggio_IAHRome15- International Architecture Holiday_Arch. Viola Serpi

Diario di Viaggio_IAHRome15- International Architecture Holiday_Arch. Viola Serpi

BIOGRAFIA

Viola Serpi nasce a Cagliari nel 1988, frequenta la Facoltà di Architettura dell’Università degli Studi di Cagliari e consegue la laurea quinquennale in Architettura delle Costruzioni nel 2014, con una tesi sperimentale in Progettazione viaria e Infrastrutture urbane incentrata sulla mobilità pedonale e sulla riqualificazione delle relative infrastrutture, prendendo come caso di studio Oristano, città dove vive sin dall’infanzia e i cui problemi sono fortemente sentiti dalla comunità.

La sua tesi viene premiata a Roma per il concorso nazionale “AIPCR per le Università d’Italia 2014” per tesi di laurea specialistiche su tematiche inerenti la viabilità stradale, ricevendo in premio la pubblicazione di un estratto della tesi sulla rivista tecnica “Le Strade” n.1512, Ed. La Fiaccola, e uno stage di sei mesi presso l’ANAS S.p.A. di Cagliari.

“MI RACCONTO”

Nel periodo successivo al conseguimento della laurea in Architettura, in un momento in cui non avevo ancora alcun impegno lavorativo, mi si è presentata l’occasione di partecipare al workshop internazionale IAHRome15 – International Architecture Holiday, organizzato dall’associazione Archistart in collaborazione con l’Università la Sapienza di Roma. Spinta sia dalla curiosità di relazionarmi con altri laureati e laureandi in Architettura e Ingegneria provenienti da diversi paesi del mondo, sia dall’importanza per me rivestita dal tema oggetto del laboratorio, ovvero il ripensamento delle stazioni metro di Roma in previsione del Giubileo e della candidatura alle successive Olimpiadi, ho deciso di accettare questa sfida. Sebbene sia interessata alle strutture, sin dalla tesi mi sono approcciata al settore delle infrastrutture perché penso che rivestano una funzione essenziale per la qualità della nostra vita e non debbano essere trascurate, fermamente convinta che si debba pensare ad una dimensione urbana in cui le persone siano componente fondamentale e non secondaria. Il tema del workshop era inerente alle infrastrutture puntuali, nello specifico le stazioni della metropolitana, intese sia come servizi che come luoghi da vivere.

Così, sono partita a Roma durante le feste natalizie del Dicembre 2015 per intraprendere quest’esperienza: sei giorni in cui avrei condiviso idee e materiale da disegno con tanti giovani aventi interessi comuni ai miei ma punti di vista differenti, immersi nell’architettura della città eterna.

OBIETTIVI

L’obiettivo del Workshop, come anticipato precedentemente, era la riqualificazione delle stazioni metro della capitale e delle aree immediatamente adiacenti, cercando di conferirle una nuova identità e di integrarle con il contesto urbano dell’antica Roma, cosa che sembra essere andata persa col tempo. Al giorno d’oggi la rete dei trasporti della capitale appare di qualità scadente, sia dal punto di vista funzionale che architettonico, quindi sembra essere necessario un intervento. Come extra, veniva chiesto di ripensare anche agli spazi circostanti, trasformandoli da spazi fini a sé stessi (non luoghi) a spazi nuovi per la città, utilizzabili non solo dai fruitori della metro ma da tutta la cittadinanza come potenziali luoghi di incontro e condivisione.

IDEA DI PROGETTO

Il concept nasce dall’attento studio dell’insegna. La M della metropolitana, pensata come unione di forme triangolari che poi, traslate, vanno a definire un volume nuovo, pensato per essere riconoscibile.

Il progetto successivamente sviluppato dal gruppo di lavoro si fonda sull’idea di multifunzionalità, adattabilità e sostenibilità.

Per quanto riguarda la multifunzionalità, il progetto è stato pensato come utilizzabile in ogni sua parte. Dall’ingresso si accede alla stazione vera e propria, ma il volume esterno è accessibile superiormente mediante una rampa, su cui si sviluppano una piattaforma e una scalinata in corrispondenza della copertura dell’accesso alla metro, che possono diventare luoghi di sosta e/o ricreativi. Le superfici triangolari esterne possono essere utilizzate anch’esse, sia pensando di scavarle in determinati punti per creare ulteriori sedute, che sfruttandole per apporre pannelli informativi, piuttosto che opere temporanee.

Ogni funzione è pensata per potersi evolvere a seconda delle esigenze della comunità. Risponde quindi al requisito di adattabilità.

Per quanto riguarda la sostenibilità, si è pensato al possibile utilizzo di luci esterne alimentate dall’energia solare, poste a filo di alcune alzate della scalinata e delle superfici triangolari, che quindi riceveranno la luce del sole durante il giorno e la rilasceranno durante la notte. La stazione, illuminata, sarà pertanto visibile, riconoscibile e fruibile anche nelle ore notturne.

Si è pensato di distinguere le varie parti del progetto anche attraverso l’utilizzo di diversi materiali: i due volumi triangolari potrebbero essere rivestiti in travertino, materiale che rispecchia l’identità di Roma; la parte superiore presenta una struttura in acciaio, in modo tale da non gravare eccessivamente col suo peso sulla copertura; la parete interna, fiancheggiante l’ingresso, è stata pensata come un pannello di vetro, con eventuali funzioni digitali utili ai fruitori della metro (linee, orari ecc.).

LA MIA ESPERIENZA

Ho trovato l’esperienza interessante, formativa ed utile. Ho potuto confrontarmi e lavorare con architetti di diverse nazionalità, e già dalla ricerca del concept ognuno di noi ha messo a disposizione del gruppo le proprie conoscenze e capacità, qualcosa che sapeva fare meglio degli altri, portandoci a lavorare in maniera ottimale. Ne è risultato un insieme omogeneo, in cui le componenti si completavano come i tasselli di un puzzle.

Penso che il gruppo di cui ho fatto parte abbia affrontato in maniera giusta il tema di progetto, ma sono convinta che siano stati l’omogeneità e l’affiatamento tra i vari elementi a fare la differenza.

Fare un’esperienza formativa in un team di progetto è importante per la nostra formazione, noi che nel nostro lavoro dobbiamo confrontarci costantemente con altre figure professionali. Penso perciò che dover collaborare anche se per poco tempo con persone che non si conoscono affatto ci permetta di imparare tanto, messi alla prova anche dalle differenze linguistiche e culturali.

La comunicazione avveniva  prevalentemente in lingua inglese e per mezzo di rappresentazioni grafiche, mentre le differenze culturali non sono state un ostacolo, anzi ci hanno permesso di mettere insieme punti di vista differenti, che sono confluiti poi nel progetto finale.

Un plauso e riconoscimento ai ragazzi di Archistart che hanno dimostrato grande competenza e professionalità nell’organizzazione. Inoltre la loro disponibilità, il loro modo d’essere, ha reso il workshop  quasi come una vacanza, coronata da una festa di capodanno a tema. Consiglio a tutti l’esperienza, io stessa la ripeterei.

Quando l’Architettura è affermazione sociale, economica e politica.

Quando l’Architettura è affermazione sociale, economica e politica.

Il veto del Presidente della Repubblica Portoghese.

Nel 2009 il Portogallo è in piena crisi ed il paese è prossimo al default con possibili conseguenze sociali ed economiche che riporterebbero il paese ai tempi più bui della dittatura di Salazar.

L’ombra della Troika è un fatto concreto e non un probabile salvagente per molti o un’intrusione nelle faccende di casa propria per altri.

Molti settori produttivi sono in stallo i contratti pubblici sono ridimensionati e i salari ridotti. Inizia una massiccia emigrazione di giovani nel pieno delle loro capacità creative.

In questo scenario che accomuna anche altri paesi dell’area euro, in particolare Spagna e Grecia, ma anche l’Italia, ogni categoria professionale si appresta a trovare soluzioni che consentano di superare la crisi.

Le industrie trasferiscono il core business in paesi in cui la manodopera è più economica, oppure si gioca la carta delle ex colonie che nel frattempo sono diventate paesi in pieno sviluppo, come il Brasile; il mercato immobiliare si fa più appetibile con prezzi bassissimi e si tenta di attrarre investitori dall’estero.

Lisbona_manifestazione contro le misure della Troika _ Fonte Sicobas
Portogallo_Un negozio in liquidazione_Fonte linkiesta.

Si crea anche una concorrenza interna ad alcune categorie professionali, vicine per interessi ma distanti per competenze; distanti almeno dal 1973, quando il Decreto n. 73 stabiliva le competenze professionali necessarie per essere tecnico responsabile per l’elaborazione e sottoscrizione dei progetti, per la gestione finanziaria e per la direzione delle opere.

Tale Decreto in buona sostanza attribuiva alla categoria degli ingegneri tecnici competenze e possibilità di operare solo nei campi specifici del rispettivo ambito di studio e agli architetti competenze e possibilità di operare solo nell’ambito di progetti di nuova costruzione e recupero di edifici esistenti (di fatto rendendo obbligatoria la firma da parte di un architetto per questo tipo di progetti), introduceva inoltre l’obbligatorietà di firma congiunta (architetto ed ingegnere) per quanto attiene alla pianificazione urbana e di nuove lottizzazioni.

Nel 2009 viene chiesto a gran voce dagli operatori del settore delle costruzioni (composto in gran parte da grandi società di costruzioni edili con annesse società di ingegneria) e dall’Ordine degli Ingegneri, il superamento e la revisione del Decreto 73/1973, al fine di ottemperare alla Direttiva 2005/36/CE, per consentire anche agli ingegneri tecnici di firmare e progettare opere nel campo che fino a quel momento era di esclusiva competenza degli architetti.

L’Assembleia da República (ossia il Parlamento portoghese) visto il periodo di crisi economica, accoglie la richiesta ed approva un regime transitorio, Lei 31/2009, che consente per i successivi cinque anni il superamento ed il congelamento del decreto n. 73; nel 2015 con la Lei 40/2015 il regime transitorio è stato esteso per altri tre anni al fine di consentire la conclusione delle opere in essere.

Durante gli anni di regime transitorio gli ordini professionali, sia degli architetti sia degli ingegneri, hanno manifestato in varie forme ognuno per se le proprie ragioni aprendo il dibattito sulle competenze in parlamento e nell’opinione pubblica.

A difesa della posizione dell’ordine degli architetti, che mirava a ripristinare l’esclusiva competenza sui progetti di architettura, richiesta più che legittima in un paese che ha fatto della propria qualità architettonica un vanto e motivo di interesse internazionale, sono state raccolte 11.000 firme e sentite le motivazioni sia a livello professionale che accademico.

Lisbona_ Manifestazione degli architetti di fronte al Palazzo dell'Assembleia da República _ Fonte observator

Dopo questa lunga premessa si arriva al 2018; il Parlamento discute la legge sul regime transitorio: non potendosi procedere ad ulteriori proroghe, la legge viene votata ed approvata rendendo definitivo quello che poco prima era solo un regime transitorio per il superamento di uno stallo economico, Decreto n.º 196/XIII, del 3 Aprile.

Ciò che accade pochi giorni dopo è la ragione per la quale mi trovo a scrivere questo articolo ed anche ciò che ha colpito la mia attenzione.

La legge per entrare in vigore ha bisogno solo di un ultimo fondamentale sigillo, la firma del Presidente della Repubblica Marcelo Rebelo de Sousa.

Ricevuto l’incartamento del Decreto n.º 196/XIII del 3 Aprile, dopo appena due giorni, il 6 Aprile 2018, il Presidente pone il veto; tra le tante leggi e decreti su cui ha posto la propria sigla, solo in sette casi ha posto il veto, rendendo di fatto questo tipo di azioni casi eccezionali.

Quello che ne consegue è scontato: gli architetti gridano vittoria e gli ingegneri preparano un ricorso in sede europea.

Ma la forza di questo veto sta tanto nelle motivazioni esposte dal presidente, tanto nella conseguente conferma del riconoscimento della professione dell’architetto come specifica, unica e fondamentale per la società e la politica.

Fa riflettere, e non è un caso, il fatto che come azione di affermazione di sovranità nazionale, in contrasto con le indicazioni di Bruxelles, il compito sia toccato all’architettura, ai suoi valori ed ai suoi illustri rappresentanti, segno questo che la professione dell’architetto è pienamente insita nell’opinione pubblica e nella vita sociale.

Le motivazioni hanno certamente un loro peso e sono chiare e semplici: segno ancora una volta che minimante si possa mettere in discussione chi deve occuparsi di cosa. Cita il Presidente:

Il passaggio da un regime transitorio ad uno permanete ha distorto l’ampio consenso (confermato dalla 11.000 firme raccolte ndr) delle parti interessate, ed è da considerarsi una retrocessione in relazione alla negoziazione che trasforma l’eccezione in regola, e in qualche modo riporta la normativa al periodo giuridico anteriore al 25 Aprile (25 Aprile 1974, caduta del regime dittatoriale di Salazar, ndr)”.

“Era una norma vecchia, che era stata estesa nel tempo, dal 2009 al 2015 e ancora fino al 2018. Non vedo alcun motivo oggi, per il numero e la qualità degli architetti che abbiamo, nell’estendere una soluzione (la possibilità che gli ingegneri possano firmare progetti architettonici, ndr) che è già stata estesa e dovrebbe finire ora nel 2018 “.

Sarebbe facile a questo punto fare un paragone con la considerazione che si ha dell’architettura in Italia, sia a livello politico che sociale; ancora più facile sarebbe dire della confusione di competenze e professioni dove più o meno tutti possono fare tutto.

Le ragioni sono tante e non sempre imputabili a chi non fa parte del mondo romantico dell’architettura.

Certamente le istituzioni hanno una responsabilità, ma da questa vicenda lusitana si possono cogliere alcuni importanti fattori di riflessione.

I soggetti coinvolti nella vicenda, uniti e coesi, hanno gridato e portato le proprie ragioni all’attenzione dell’opinione pubblica, e affermato con forza il diritto di sopravvivere: la categoria degli ingegneri tecnici in forte crisi di incarichi ha chiesto ed ottenuto di occuparsi anche di opere per le quali non avrebbero avuto competenze, poco importa che abbiano giustificato questa richiesta per ottemperare ad una direttiva europea: dovevano trovare un modo per sopravvivere; gli architetti spodestati della loro matita magica hanno raccolto firme e detto a tutti che se il paese è più bello di prima è grazie a loro, che se adesso il paese è conosciuto in tutto il mondo è anche grazie ad una scuola di architettura che esporta tra i migliori architetti al mondo, ma non solo: hanno detto che l’architettura ha un ruolo economico importante, altrimenti che senso avrebbe avuto la richiesta dell’ordine degli ingeneri di dividere la torta con loro? Il Presidente della Repubblica, viste le istanze degli ordini professionali, nonché valutata l’altissima qualità della professione dell’architetto, ha manifestato la propria sovranità politica verso Bruxelles lanciando un messaggio chiaro: il nostro sistema giuridico in merito alla professione è più moderno della vostra direttiva e comunque ha prodotto ottimi risultati, quindi non si cambia.

Lo slogan dell'Ordem dos Arquitectos per la raccolta firme in difesa dei propri iscritti.

In una situazione come quella italiana in cui ancora oggi alcuni ingegneri chimici, meccanici e altri, solo per parlare di chi ha titolo di laurea, ma poi ci sono periti, geometri e agronomi, possono presentare e firmare progetti di architettura, il divario da colmare è certamente tanto. Forse la nostra generazione di architetti non farà in tempo a vivere un effettivo miglioramento, basti pensare che in Portogallo gli esiti di una norma del 1973 si vedono oggi. E’ pur vero però, che se non parte una azione dai diretti interessati mai ci verrà proposta.

Credo quindi che sia doverosa una riflessione interna da parte degli ordini professionali affinché si inizi un dibattito sull’argomento e ci siano le basi per una proposta di legge che finalmente faccia ordine nelle professioni, soprattutto in quelle tecniche che come detto sono vicine per interessi ma distanti per competenze.

Diario di viaggio a Lisbona_PORTUGAL IDA e VOLTA_Arch.Virgilio Vincis

Diario di viaggio a Lisbona_PORTUGAL IDA e VOLTA_Arch.Virgilio Vincis

Dalla seconda esperienza di lavoro a Lisbona, la prima nel 2010, riporto due aspetti che si possono riassumere in due parole “orizzontale” e “ricerca”.

Orizzontale è stato il rapporto con i colleghi dello studio e del team di progetto. Nonostante nessuno sapesse che contributo sarei stato in grado di dare al progetto, io stesso ero molto titubante, il lavoro si è svolto in maniera che tutti potessero esprimere al meglio il proprio prodotto senza che dall’alto venissero calate direttive. Non si è quindi posto il problema che i componenti del team avessero bisogno di costante controllo, bensì la piena autonomia ha favorito uno studio più approfondito dell’argomento sulla base delle peculiarità di ogni componente che, seguendo il proprio ragionamento logico ha prodotto un risultato ampio e completo.

La ricerca e lo studio di un tema, nello specifico una strada storica che collega il nord con il sud del paese, della quale si propone la valorizzazione, è il secondo aspetto che ha caratterizzato questo periodo. Spesso il lavoro progettuale nasce in seguito ad una richiesta o stimolo esterno che può essere una committenza pubblica o privata o la partecipazione ad un concorso, in assenza di ciò raramente si prende in mano una matita. Quest’ultima esperienza mi ha consentito di valutare un aspetto, quello della ricerca, come opportunità per la creazione di occasioni di lavoro e non solo come conoscenza approfondita di un dato tema.

Studio preliminare N2 e principali intersezioni autostradali
Storyboard evoluzione N2.
Chaves - N2 - Km 0

Per quanto attiene aspetti di carattere più generale che influenzano la nostra professione, posso dire che attualmente Lisbona è una della capitali europee culturalmente più attive, il costo della vita è relativamente basso ed è altissima la richiesta di servizi in loco da parte di investitori esteri. Non è un caso che negli ultimi anni gli spazi dismessi siano stati colonizzati da freelance che offrono la propria professionalità in tutti i settori economici.

La libreria di Lx Factory, uno dei coworking più attivi a Lisbona.

La vecchia sala stampe con la macchina rotativa originale
La caffetteria

Il linguaggio architettonico portoghese è molto variegato. Per voler generalizzare gli architetti si suddividono in due grandi correnti che spesso si confondono. Una corrente più commerciale ma comunque di alta qualità ed una più culturale. Come dicevo spesso si confondono perché entrambe hanno la capacità di rapportarsi con progetti a diverse scale e diversi scopi sempre con una certa qualità compositiva. Contrariamente a quanto si possa pensare, visto il successo dell’architettura portoghese, la cultura e tradizione architettonica contemporanea sono molto recenti rispetto all’Italia. Il passaggio tra il tradizionale storico e consolidato, per capirci la casa portuguesa o l’architettura coloniale, ed il contemporaneo è avvenuto in modo più repentino rispetto ad altri paesi, ma nonostante ciò, sia per condizionamenti politici che culturali, i caratteri compositivi e distributivi e quindi il linguaggio sono stati reinterpretati ma non stravolti. Ne è conferma il fatto che il linguaggio contemporaneo utilizzato nei centri storici non stoni con il contesto ma anzi lo valorizzi. Una particolare attenzione è dedicata allo studio del paesaggio ed alla valorizzazione dello stesso, l’inserimento di nuovi oggetti architettonici è di norma sempre ponderato e mai dissonante.

Alcuni esempi di architettura contemporanea portoghese.

Lisbona, lungo il Rio Tejo. Recupero di un vecchio immobile
Aveiro, la Venezia portoghese. Inserimento in contesto storico del contemporaneo.
Lisbona, fronte Rio Tejo. Il museo Maat
Comporta, Casas na areia, Aires Mateus
Comporta, Casas na areia, Aires Mateus
Comporta, Cabanas no rio, Aires Mateus
Comporta, Cabanas no rio, Aires Mateus.
Comporta, Cabanas no rio, Aires Mateus.
Lisbona, Musealizzazione del sito archeologico di Praça Nova, João Luis Carrilho da Graça, João Gomes da Silva.
Lisbona, Musealizzazione del sito archeologico di Praça Nova, João Luis Carrilho da Graça, João Gomes da Silva.
Lisbona, Musealizzazione del sito archeologico di Praça Nova, João Luis Carrilho da Graça, João Gomes da Silva.
Lisbona, Musealizzazione del sito archeologico di Praça Nova, João Luis Carrilho da Graça, João Gomes da Silva.

Non ho avuto modo di valutare quale possa essere il rapporto con le pubbliche amministrazioni per quanto attiene permessi e procedure varie. In generale le pubbliche amministrazioni hanno però una particolare attenzione alla qualità architettonica, è motivo di vanto e prestigio avere delle opere di architettura progettate da architetti importanti o comunque che siano opere riconosciute anche all’estero.

Cascais, Casas das Historia Paula Rego, Eduardo Souto de Moura
Diario di Viaggio Arch. Paolo Scattone_Malta

Diario di Viaggio Arch. Paolo Scattone_Malta

Malta, un arcipelago di appena 316 km2 nel cuore del Mar Mediterraneo, scrigno di una realtà assolutamente unica nel suo genere.

La particolare posizione geografica ne ha fatto storicamente un avamposto strategico, prima militare e poi commerciale, nonché un crocevia culturale, la conseguenza dei diversi processi colonizzatori che si sono succeduti nei secoli.

Economicamente parlando, uno dei paesi della Comunità Europea che nell’ultimo decennio ha fatto registrare uno dei più elevati tassi di sviluppo.

Dal periodo successivo all’ingresso nell’Eurozona, anno 2008, Malta ha visto il fiorire dell’attività turistica, grazie alle sue meraviglie paesaggistiche, la crescita del settore dei servizi finanziari e la massiccia attività d’investimento che ha interessato il settore dell’I-Gaming, con decine di aziende pronte a spostare sull’Isola la propria sede principale, incoraggiate da una regolamentazione della tassazione particolarmente favorevole.

Gli effetti di questa esplosione economica non potevano che incidere in maniera diretta su uno degli ambiti maggiormente legato alle oscillazioni dei flussi monetari: il Real Estate. Ciò si traduce facilmente in due aspetti: ristrutturazione del vasto patrimonio edilizio esistente e costruzione di edifici ex-novo, previa autorizzazione all’acquisizione delle aree libere.

Scorcio di Sliema da La Valletta, uno dei fulcri dell'espansione edilizia maltese

 

Tale situazione è evidente non solo dalla lettura analitica di dati economici, ma molto più semplicemente a livello visivo. Soprattutto per chi mette per la prima volta piede sulla “roccia”, lo scenario è impressionante. Decine di gru che si ergono sullo skyline maltese, simboli di un progresso rapido e massiccio, apparentemente ancora lontano dall’affievolirsi.

Tramonto maltese, La Valletta

 

Ma in che contesto si colloca lo sviluppo maltese?

Una visione aerea del territorio rivela una superficie prevalentemente rocciosa, arida e irregolare che accoglie piccoli impianti espansi su una maglia viaria tessuta di strade strette, similmente a quanto accade nei piccoli centri storici del nostro Paese.

Triq il-Merkanti, Merchants Street, La Valletta
Scorcio dal basso di una tipica via urbana, La Valletta

 

Ovviamente, l’edilizia storica non poteva che adeguarsi a tale conformazione urbanistica, secondo una tipologia prevalente costituita di edifici residenziali a pianta rettangolare con, generalmente, due piani fuori terra, una soluzione che garantisce l’apporto luminoso sull’intero comparto abitativo nonostante la reciproca prossimità delle facciate.

È interessante riscontrare come le diverse correnti culturali che sono entrate a far parte del DNA tradizionale maltese abbiano inevitabilmente interessato anche il processo progettuale.

I caratteri fondamentali possono essere ascritti ad un certo razionalismo, edifici dal tetto piano e dai colori chiari tipici del costruito mediterraneo, che includono, talvolta, elementi curvi ereditati dalla tradizione arabeggiante.

Nelle facciate, gli elementi di spicco riconoscibili sono fondamentalmente due, La “Gallarjia” e le “Pregnant Woman”.

La Gallarjia è una veranda chiuda di legno lavorato, una sorta di estrusione del muro esterno che estende la pianta dell’appartamento per creare un piccolo ambiente raccolto. Talvolta è dipinta di diversi e sgargianti colori, creando interessanti giochi cromatici.

Gallarjia_, La Valletta

I balconi possono anche essere aperti e delimitati da ringhiere di ferro, il più delle volte realizzate artigianalmente, che per la loro particolare forma panciuta vengono appunto, quasi scherzosamente, chiamate Pregnant Woman (“Donna incinta”).

Tipico Balcone con ringhiera _Pregnant Woman_

 

Quando gli edifici non sono intonacati rivelano il processo costruttivo: allineamenti (“Filati”) di solida pietra calcarea locale (“Limestone”) dove le bianche giunzioni tra gli elementi strutturali creano una maglia geometrica che texturizza il prospetto.

La luce è il fattore che più valorizza il costruito, rendendola brillante durante il giorno. Quando cala la sera, l’illuminazione artificiale incide sulle pareti miscelandosi con l’ocra della pietra, creando un effetto visivo unico molto suggestivo.

Illuminazione notturna di mura storiche, La Valletta

Tale discorso può essere esteso anche all’architettura monumentale ed ecclesiastica di cui la Capitale La Valletta è particolarmente ricca, tanto da ottenere nel 1980 il titolo di patrimonio dell’umanità da parte dell’UNESCO.

Scorcio di La Valletta da Sliema
Berġa ta' Kastilja, residenza del primo ministro, La Valletta

 

La traduzione nella contemporaneità di questo linguaggio si ritrova in La Valletta City Gate, il progetto di riqualificazione della Capitale realizzato da Renzo Piano Building Workshop.Il masterplan, completato nel 2015, ha dimensioni decisamente importanti, e comprende l’ingresso alla città, un teatro all’aperto, il fossato circostante e il nuovo Parlamento, il reale fulcro dell’intervento.

L'ingresso della Città, vista da Triq ir-Repubblika, Republic Street, La Valletta
Il teatro all'aperto, La Valletta
Il fossato e le mura storiche, La Valletta
Il Parlamento, La Valletta
Il plastico del masterplan

 

L’edificio si compone di due massicci blocchi principali, sostenuti da un basamento in vetro e acciaio che delimita spazi riservati ad attività prettamente culturali. I volumi superiori, posti in comunicazione da una stretta passerella in quota, sono rivestiti in pietra, in un riuscito connubio estetico tra tradizione e modernità.

Il Parlamento, basamento, La Valletta
Il Parlamento, vista laterale, La Valletta
Il Parlamento, facciata principale, La Valletta
Il parlamento, dettaglio della facciata, La Valletta
Il Parlamento, dettaglio della facciata, La Valletta

 

Gli spazi interni sono, funzionali ed eleganti nel proprio mantenere una certa semplicità, rifiniti in pietra e legno, perseguendo quindi una tendenza nell’utilizzo di materiali naturali particolarmente seguita nell’interior design maltese.

Il Parlamento, interni, La Valletta
Il Parlamento, interni, La Valletta
Il Parlamento, interni, La Valletta

 

Come da consuetudine nel processo progettuale di RPBW grande attenzione è stata dedicata al concetto di sostenibilità.

Gli elementi di facciata sono modellati con macchine a controllo numerico, necessarie per la realizzazione delle particolari forme che proteggono le vetrate dall’insolazione diretta, lasciando comunque filtrare l’illuminazione naturale, e sfruttano l’apporto della ventilazione.

Inoltre, sono state previste sonde geotermiche per l’estrazione delle acque di falda e il tetto piano è stato coperto con 600 m2 di pannelli fotovoltaici.

Il parlamento, dettagli di facciata, La Valletta
Il Parlamento, dettagli di facciata, La Valletta
Il Parlamento, dettagli di facciata, La Valletta

Si tratta, nel complesso, di una architettura cangiante, che suggerisce dettagli e prospettive differenti a seconda del punto di osservazione, l’espressione dell’abilità di Piano di saper coniugare con maestria il progettare contemporaneo e tecnologico nel rispetto della tradizione costruttiva locale.

La Valletta City Gate è un intervento ambizioso ed innovativo che non ha mancato, almeno inizialmente, di suscitare polemiche e perplessità tra una frangia scettica della popolazione, ma che, col tempo, ha acquisito lo status di vero e proprio landmark, il simbolo della rinascita di un Paese con risorse affascinanti tutte da scoprire.

Le Gias interviste_Intervista all’Arch. Paolo Russo e Arch. Fabiana Ledda

Le Gias interviste_Intervista all’Arch. Paolo Russo e Arch. Fabiana Ledda

Oggi intervisteremo due nostri colleghi sardi (di Sassari) che hanno aperto uno studio a Torino:

l’Architetto Paolo Russo e l’Architetto Fabiana Ledda

 

PAOLO RUSSO nasce a Sassari nel 1984, nel 2008 si laurea in Pianificazione Territoriale Urbanistica e Ambientale, con il professor Ignasi Perez Arnal. Nel 2012 consegue la laurea Magistrale in Architettura, presso la Facoltà di Architettura ad Alghero, con i professori Giovanni Maciocco, Gianfranco Sanna, Silvia Serreli.

Durante la sua carriera universitaria segue corsi con numerosi architetti di fama internazionale:

Luigi Snozzi, Antonio Cruz, Antonio Ortiz, Guillermo Vazquez Consuegra, Jose Morales Sanchez, João Luís Carrilho da Graça, Kees Kaan, Manolo Gallego e tanti altri.

Nel 2010 svolge un anno di studi presso Escuela Tecnica Superior de Arquitectura de Sevilla.

Nel Giugno del 2015 ottiene il titolo di Master in Architettura del Paesaggio, riconosciuto dalla IFLA World (International Federation of Landscape Architects), presso la Univesidat Politecnica de Catalunya.

Dal 2008 al 2017 ha collaborato presso diversi studi internazionali: IPT Architects (London), Llowarch Llowarch (London), Nieto y Sobejano Arquitectos (Madrid), C+S Architects (Treviso), Cino Zucchi Architects (Milano).

Dal 2012 svolge alcune attività di collaborazione con la Facoltà di Architettura ad Alghero e dal 2014 è iscritto all’albo dei cultori della Materia, presso la medesima Facoltà.

Dal 2014 svolge l’attività professionale in maniera indipendente.

Nel Settembre del 2017 fonda lo studio LERUA insieme a Fabiana Ledda.

 

FABIANA LEDDA nasce a Sassari nel 1988, nel 2010 si laurea in Pianificazione Territoriale Urbanistica e Ambientale, con il professor Massimo Faiferri. Nel 2015 consegue la laurea Magistrale in Architettura, presso la Facoltà di Architettura ad Alghero, con i professori Goncalo Byrne e Massimo Faiferri.

Durante la sua carriera universitaria segue corsi con numerosi architetti di fama internazionale:

Nel 2013 svolge un anno di studi presso Université libre de Bruxelles La Cambre Horta.

Dal 2010 al 2014 ha collaborato presso diversi studi internazionali: Alpex Architecture (London), Rvr Arquitectos (Santiago de Compostela), GDE-Blue Barcelona (Barcelona).

Dal 2017 svolge l’attività professionale in maniera indipendente.

Nel Settembre del 2017 fonda lo studio LERUA insieme a Paolo Russo.

 

LERUA è uno studio di architettura, urbanistica e paesaggio con sede a Torino.  La ricerca progettuale è sviluppata attraverso la partecipazione a concorsi internazionali, commesse private e collaborazioni con differenti studi e figure professionali.

Una riflessione critica del paesaggio contemporaneo, in relazione agli ambiti naturali, urbani e sociali, diventa la chiave di lettura della ricerca progettuale.

Un aspetto importante riguarda la concezione di un’idea di architettura “concreta” che cerca di stabilire un forte legame con le peculiarità del territorio. Questo avviene attraverso una riflessione che si concentra sulle capacità che ha uno spazio di generare punti di tensione tra individui; sul ruolo e le caratteristiche dei materiali, sulle relazioni tra luce e ombra, sulla sostenibilità e sulla capacità di pensare e progettare un’architettura per le persone comuni.

Living With(in) nature - E13 Winner - Landsberg, Germany

Quali opportunità vi hanno dato le esperienze all’estero?

 

P: La possibilità di lavorare all’estero mi ha permesso di arricchire le mie conoscenze legate ai temi dell’architettura. Ho avuto modo di lavorare su progetti di diverse scale e con clienti importanti. Ricordo ancora il concorso (Arvo Part Centre in Estonia) vinto quanto lavoravo da Nieto Sobejano, in quel caso si trattava di realizzare un edificio al centro di una foresta di pini, l’obiettivo principale è stato quello di conservare il numero maggiore di alberi e progettare un’architettura che fosse in piena sintonia con il contesto ambientale. Invece a Londra ho avuto modo di lavorare ad un progetto stimolante per uno psicologo, uno spazio di 35 mq a Bristol studiato nei minimi dettagli.

 

F: Lavorare fuori è stata un’esperienza costruttiva e interessante sia dal punto di vista professionale che umano. Nei diversi studi ho avuto modo di vedere i differenti approcci che mi hanno dato la possibilità di capire e mettere insieme tutte quelle nozioni che fanno parte del mio attuale bagaglio di conoscenze. Se penso alla Spagna mi viene in mente la semplicità delle relazioni tra le persone questo si riflette anche nel loro approccio al progetto;  al contrario in Inghilterra i rapporti sono più formali e quindi ogni particolare deve essere definito e discusso tra le parti.

 

Quali erano le vostre aspettative e cosa vi ha spinto ad aprire uno studio insieme?

 

P: Dopo diversi concorsi e qualche opportunità nata nel tempo, abbiamo deciso di ritornare in Italia per aprire il nostro studio. Si tratta ancora di uno studio di recente formazione. Ancora i sogni e le aspettative sono tantissimi e cerchiamo di sviluppare ogni nostro progetto con il massimo impegno e con la massima passione.


F: Le aspettative sono tante: fare quello che ci appassiona e cercare di farlo nel miglior modo possibile. Diciamo che dopo l’incarico per la progettazione di un bar a Sassari, abbiamo deciso che era il momento di fare questo grande passo e dedicare tutte le energie per uno studio nostro.

Salotto Caffé - Sassari Italy

Avete vinto dei premi importanti, vi hanno portato la visibilità attesa?

 

F: Sicuramente il premio più importante vinto fino a questo momento è Europan 13. Quando abbiamo ricevuto la chiamata eravamo sorpresi e molto contenti. Questo tipo di concorso ci ha dato molta visibilità su diverse pagine che parlano di architettura. Per noi si trattava di una situazione completamente nuova.  

 

F: Si Europan è stato una grande opportunità. Lo scorso settembre siamo stati invitati al festival New Generations e uno dei temi affrontati è stato appunto il concorso Europan.

 

 

Avete dei modelli a cui vi ispirate?Quali sono i vostri principi base/guida  in fase di progettazione?

 

P: Non abbiamo dei modelli precisi, ma sicuramente siamo influenzati dalla visione delle scuole dove abbiamo studiato e dalle esperienze fatte in questi anni. In maniera particolare ci interessa la relazione che un progetto può instaurare con il contesto dove si inserisce. In qualche modo cerchiamo di concepire progetti che si legano in maniera particolare con il contesto, anche se in qualche caso mostrano una loro autonomia.

 

F: Quando progettiamo non pensiamo solo all’edificio ma al ruolo che esso assume rispetto allo spazio pubblico. Ogni nuovo progetto è un’occasione per la città e gli abitanti e per questo pensiamo che esso faccia parte di un sistema più ampio che riguarda lo spazio urbano.

Scuola secondaria Giovanni Pascoli - Torino Italy

Quali pensate che siano le urgenze che deve affrontare ora  l’architettura contemporanea in Italia?e in Sardegna?

 

P: Personalmente penso che i temi che riguardano il futuro dell’architettura, non debbano essere rivolti solo allo sviluppo della città metropolitana. Uno dei temi su cui stiamo lavorando, e la Sardegna ne è un chiaro esempio, è legato allo spopolamento dei piccoli centri e delle aree agricole che si sviluppano intorno a questi piccole comunità. Proprio il concetto di comunità è la chiave per riattivare queste realtà. Non si  tratta solo di ripopolare questi piccoli paesi, ma di creare le condizioni perché le persone rimangano.

 

F: Un altro aspetto è legato alla cementificazione. In passato si è costruito tanto e la percentuale di suolo utilizzato per edificare è altissima, oggi si costruisce meno proprio perché esistono una serie di edifici inutilizzati che insistono nei nostri suoli. Questi edifici hanno perso il loro significato originale, hanno cambiato ruolo nel tempo e per questo si ha la necessità di ripensare questi spazi e restituirli alla città.

 

Come viene percepita oggi la professione dell’architetto?

 

P: La professione dell’architetto è particolare, in Italia non è riconosciuta del tutto e i risultati si vedono. La nostra scelta di rientrare in Italia può essere vista come azzardata in relazione a quanto dicevo prima, però pensiamo che in questo momento di crisi ci siano le condizioni per invertire questo trend e provare a cambiare il futuro del nostro territorio.

Nel nostro caso noi cerchiamo di sviluppare una metodologia del lavoro che si possa relazionare ai diversi temi dell’architettura e del paesaggio. Questo guardando non solo al panorama italiano, ma cercando di continuare il nostro legame con il resto d’Europa e non solo.

 

Cosa amate di questa professione e perchè avete scelto di fare l’architetto?

 

P: Io, nonostante le difficoltà, direi tutto. Per il momento continuo a fare questa professione con la stessa passione che avevo durante l’università. La scelta di fare l’architetto è il risultato di diversi fattori, tra questi sicuramente emerge il ricordo delle lezioni di storia dell’architettura fatte durante gli ultimi anni delle scuole superiori.


F: Quello che mi piace e che ho sempre apprezzato di questa professione è la parte creativa: avere in testa una cosa e fare in modo di realizzarla, vederla reale e costruita. Questo è il motivo per cui ho scelto di intraprendere questa strada e quello che amo di questa professione.

Centro Servizi per il Territorio Monastir

Qualche consiglio per i giovani architetti che stanno intraprendendo ora la professione?ù

 

P: Anche noi siamo abbastanza giovani e quindi anche noi avremo la necessità di ricevere svariati consigli. Ma sicuramente posso dire, che credere nelle proprie capacità ed essere ottimisti da una marcia in più per realizzare i propri sogni.


F: Essendo anche noi giovani e nati da poco tempo (come studio), il consiglio che vorrei dare ai miei colleghi e coetanei, è di credere in ciò che fanno. Ci sono tante difficoltà e quotidianamente ci si scontra con molte nuove situazioni. Ma tutto è ripagato dalla soddisfazione di un progetto, o dalle persone che vivono e apprezzano ciò che tu hai realizzato.  

Bordeaux

Bordeaux

A Bordeaux, la qualità della vita è buona, è più cara rispetto alla Sardegna ovviamente, ma rispetto ad altre città francesi è decisamente più abbordabile. Lo stipendio è commisurato allo stile di vita, ma quello ovunque in Francia. A bordeaux ho collaborato sia con uno studio di architettura che con uno studio di paesaggio. La percezione del ruolo dell’architetto qui in Francia, almeno per la mia esperienza è completamente diversa rispetto all’Italia, qui la nostra figura professionale continua ad avere un valore importante nell’ambito della progettazione e lo dimostra la nutrita presenza di giovani architetti stranieri principalmente italiani e spagnoli.

Non credo sia possibile identificare un linguaggio se non dire che si tratta di architettura contemporanea. In qualche caso si può parlare di razionalismo, ma sono casi rari perché alla geometria dei volumi semplici viene spesso associato un rivestimento delle pareti esterne in metallo o legno che nulla ha a che fare col razionalismo.

Spesso si trova l’uso del colore, colori pastello che noi siamo abituati a vedere solo nei muri delle case vecchie di Stampace (Cagliari)  per intenderci. Le tapparelle quasi non esistono, ma sono sostituite da tende esterne, o frangisole (ci sono delle leggi che lo impongono per l’efficienza energetica).

Ho notato che nella progettazione delle abitazioni residenziali, quando non si ha molto spazio, si preferisce ridurre al minimo le camere per avere zone giorno anche di 30 metri quadri o più.

Per quanto riguarda la procedura di un progetto solitamente quando di grande entità tipo una scuola o una lottizzazione residenziale, lo studio di architettura realizza il progetto, poi lo invia ai vari bureau d’étude, “studi dello studio”, composti solo da ingegneri.

Esiste quello specifico per gli impianti, quello per le strutture, quello che verifica il rispetto delle normative in materia per i disabili ecc.. , perché il Comune spesso non verifica le procedure in maniera puntuale.

Per quanto riguarda le fasi del progetto, sono più o meno come da noi in Italia, in più infatti tra una e l’altra spesso non vi sono quasi differenze di scala o di documentazione.

I documenti per la ristrutturazione o di espansione di un abitazione ad esempio, sono uguali per tutti e si scaricano attraverso un portale nazionale, come ad esempio la domanda per il permesso di costruire.

Io non mi sono mai rapportata direttamente con la Pubblica Amministrazione in Francia, ma la percezione che si ha è di diffidenza, per questo ci si affida ai bureau d’étude prima di presentare un progetto al Comune.

Arch. Maria Antonietta Pani

Le Gias Interviste _ Intervista agli Architetti Sarah Elena Pischedda e Tommaso Vagnarelli

Le Gias Interviste _ Intervista agli Architetti Sarah Elena Pischedda e Tommaso Vagnarelli

Oggi intervisteremo due nostri colleghi che hanno ricevuto un importante riconoscimento: L’Arch. Tommaso Vagnarelli e l’Arch. Sarah Elena Pischedda

La loro tesi di laurea dal titolo “La rinascita dei borghi dell’entroterra sardo: il caso studio di Badu Andria”, è stata premiata dal Politecnico di Torino nel 2017, con un premio dedicato all’Arch. Carlo Alberto Bordogna, come una delle migliori tesi nell’ambito dell’architettura sostenibile.

Sarah Elena Pischedda, nasce a Tempio nel 1992, e passa gran parte della sua infanzia e adolescenza ad Olbia, dove frequenta il liceo classico-linguistico. Da sempre interessata all’architettura e al design, nel 2011 si trasferisce a Torino per studiare Architettura al Politecnico. Dopo la laurea triennale decide di seguire la magistrale di Architettura per il Restauro e Valorizzazione del Patrimonio, corso di studi incentrato sulla tutela, conservazione, trasformazione e rifunzionalizzazione del patrimonio architettonico del nostro paese. Laureatasi nel 2016 con una tesi sul recupero di un borgo abbandonato nell’entroterra sardo, nel 2017 sceglie di proseguire gli studi iscrivendosi alla Scuola di Specializzazione in Beni Architettonici e del Paesaggio, uno dei terzi livelli di laurea previsti dal Politecnico di Torino.

Tommaso Vagnarelli, classe 1991, torinese di nascita, vive e studia a Torino. Cresce in una casa/studio di architettura e ingegneria in cui lavorano i genitori e, dopo aver frequentato il Liceo Classico Massimo D’Azeglio, decide di iscriversi ad Architettura. Come Sarah, dopo la laurea triennale, si iscrive alla magistrale di restauro, frequenta con lei parte dei corsi e assieme maturano l’idea di affrontare la tesi di laurea. Laureatosi a dicembre 2016 si iscrive alla Scuola di Specializzazione in Beni Architettonici e del Paesaggio, dove attualmente frequenta il secondo anno.

Ci raccontate brevemente la vostra tesi di laurea?

La nostra tesi affronta il problema dello spopolamento dell’entroterra sardo e del conseguente stato di abbandono in cui versano ormai da decenni numerosi piccoli borghi. Questi luoghi, troppo spesso abbandonati al loro destino, rivestono un ruolo fondamentale nella cultura sarda, che non andrebbe dimenticato, ma anzi valorizzato: da un lato sono raffinati esempi di architettura vernacolare autoctona, dall’altra sono testimonianze di una società agro-pastorale che sta scomparendo e la cui memoria andrebbe conservata e tramandata, perché è proprio in questa vita agreste e arcaica che affondano sia le nostre radici che l’essenza stessa della Sardegna. La tesi parte proprio da questo concetto proponendosi di ripensare questi aspetti di vita agro-pastorale attualizzandoli e materializzandoli nel progetto di recupero del borgo di Badu Andria, nel comune di Padru. Quello che volevamo capire era se fosse possibile far rivivere questo luogo, abbandonato per motivi ben precisi, riproponendo quella che era la sua vocazione originaria: un luogo cioè in cui si viveva e in cui si lavorava, un piccolo mondo che, almeno in passato e fino al momento del suo abbandono, era bastato a se stesso.

La domanda da cui siamo partiti per capire se ciò fosse possibile è stata questa: oggi, grazie a tutte le tecnologie di cui disponiamo, i motivi che portarono all’abbandono di questi luoghi nel corso del XIX e XX secolo, sussistono ancora? La risposta che ci siamo dati è stata che no, in gran parte non sussistono più: oggi abbiamo la possibilità di utilizzare l’auto per spostarci, internet per lavorare in remoto, per restare aggiornati e per svolgere attività fino a vent’anni fa impensabili e abbiamo la possibilità di produrre energie in loco sfruttando le risorse rinnovabili ecc. L’idea è quindi che le tecnologie innovative consentano a questi insediamenti di rendersi nuovamente autonomi nel campo delle risorse energetiche (elettricità, calore, acqua) e produttivi (coltivazioni, allevamento), senza rinunciare a tutti quei comfort “urbani”. Da questo ragionamento abbiamo poi sviluppato l’intero progetto, partendo da un’analisi territoriale e socio economica della Gallura, fino ad arrivare al computo metrico del progetto di restauro. Il progetto prevede il riutilizzo degli edifici preesistenti sia come abitazioni, sia come edifici funzionali all’inserimento di un’azienda agricola di piante officinali, coltivate in quelli che prima erano terreni destinati al pascolo e a precedenti attività agricole. L’approccio all’intervento di restauro è stato quello di far emergere l’architettura originale, consolidandola, ma mantenendola a rudere, andando a realizzare dei volumi strutturalmente indipendenti all’interno del perimetro di ogni edificio.

Questo ci ha permesso di utilizzare un linguaggio contemporaneo ma rispettoso del valore storico e culturale del borgo. Parallelamente al progetto architettonico abbiamo approfondito la questione dei fondi europei del PSR (Piano di Sviluppo Rurale), destinati ai giovani che intendano avviare un’azienda agricola, e dei fondi destinati proprio al restauro, al fine di restituire un quadro di quelle che sono le agevolazioni che si avrebbero decidendo di prendersi carico del recupero di uno di questi borghi abbandonati. La nostra speranza è che studi di questo tipo possano arrivare alle amministrazioni comunali, che spesso sono insensibili a questi temi, forse più per pigrizia che per reali questioni economiche, spronandole a fare qualcosa prima che sia troppo tardi, prima che questo patrimonio architettonico “minore”, che caratterizza non solo la Sardegna, ma l’intera Italia, vada irrimediabilmente perduto e dimenticato, portandosi con se un pezzo importante della nostra storia e delle memoria collettiva di ognuno di noi.

Esser premiati vi ha portato la visibilità attesa?

Ricevere questo riconoscimento dal Politecnico è stato sicuramente una sorpresa e ci ha lusingato. L’effetto principale che ha avuto è stato quello di darci più sicurezza in noi stessi, soprattutto perché ci eravamo laureati da pochi mesi e stavamo vivendo quel limbo temporale che segue la laurea, in cui non si sa bene dove si andrà a finire. Ci ha insegnato che le cose, se ben fatte, vengono riconosciute come tali in maniera oggettiva, senza per forza il bisogno di avere spinte o raccomandazioni di qualche tipo. Questa constatazione ci ha dato una spinta di positività che ancora ci portiamo dietro. Per quanto riguarda invece la visibilità da un punto di vista professionale, sapevamo che sarebbe stato un aspetto secondario di questo premio, in quanto interno alla facoltà e ricevuto in un momento in cui ancora eravamo più studenti che altro. Per la visibilità di questo tipo aspettiamo di vincere un concorso internazionale.

Avete dei modelli a cui vi ispirate? Quali sono i vostri principi guida in fase di progettazione?

In ogni progetto affrontato finora (virtualmente) durante gli studi universitari o durante concorsi, uno dei principi guida che abbiamo sempre rispettato è stato quello dell’attenzione al contesto e al genius loci: non ci piacciono le architetture calate dall’alto, che non tengono conto dell’impatto che possono avere su un tessuto consolidato, architettonico o culturale che sia. E’ un aspetto della progettazione che ci piace curare: in un mondo in cui non ci sono più vincoli formali, in cui non c’è più un linguaggio consolidato come avveniva fino ai primi del ‘900, fino all’avvento del calcestruzzo, noi ci diamo il vincolo del rispetto delle preesistenze, dello studio del territorio e della cultura del luogo in cui si va a progettare, utilizzando, dove è possibile, materiali, tecniche e linguaggi formali locali, attualizzati al nostro presente. Queste sono però solo speculazioni, e speriamo di poter mettere presto a frutto queste nostre idee in progetti reali… e la Sardegna, con i suoi stazzi che costellano il paesaggio, sarebbe il luogo ideale per un tipo di architettura contemporanea che sposi una tradizione costruttiva secolare. Nel panorama internazionale ci sono diversi grandi studi che hanno una visione in parte simile, anche se a scale di dimensioni maggiori, e a cui spesso ci ispiriamo nei nostri progetti: pensiamo a David Chipperfield, Peter Zumthor, Tadao Ando e, andando più indietro nel tempo, al maestro Frank Lloyd Wright.

Come considerate oggi la professione dell’architetto?

L’impressione è che l’architettura non stia attraversando un bel periodo: sotto un certo punto di vista sembra che molte persone ritengano questa figura professionale superflua, pensando che il suo apporto possa essere sostituito da un po’ di buongusto, nella convinzione che l’architetto sia colui che semplicemente si occupa di estetica, subordinato a chi invece si occupa di questioni più reali come ingegneri e geometri. Sappiamo benissimo che la realtà è molto diversa e che l’architetto, oggi, è una figura completa, capace di occuparsi di aspetti strutturali e di impiantistica, così come di aspetti formali. Ma questo è un tipo di diffidenza che, soprattutto in certi contesti, come potrebbe essere la provincia, non è facile da sradicare. Anche negli studi di architettura e nella libera professione la situazione non è delle migliori: in generale non girano molti soldi, i dipendenti degli studi sono sottopagati e per i giovani architetti italiani, nonostante una formazione tra le migliori d’Europa, le prospettive non sono delle più incoraggianti, tanto che spesso si è costretti ad andare all’estero, alimentando quel circolo vizioso in cui un paese spende per la formazione delle persone senza che poi ci sia un ritorno economico negli anni seguenti. Ma la colpa non è sicuramente di noi giovani architetti, ma di un sistema, quello italiano, che non funziona bene. La speranza è che le cose cambino ovviamente, perché per il nostro paese l’architettura, il restauro e la valorizzazione del patrimonio architettonico saranno davvero il futuro, e la figura professionale indicata per risolvere questi aspetti sarà proprio la nostra. La gente deve aver fiducia negli architetti, perché non sono la stessa cosa degli ingegneri e dei geometri, ma sono delle figure professionali complementari e la cui formazione è precisamente volta alla risoluzione di problematiche legate al benessere delle persone nell’ambiente costruito. E che cosa c’è di più importante che vivere bene nella propria casa?

Cosa amate di questa professione e perché avete scelto di fare l’architetto?

Ci sono diversi aspetti dell’architettura che ci affascinano: uno di questi, forse quello più profondo, è la possibilità di lavorare su un aspetto ancestrale dell’esistenza, cioè quello del riparo, della dimora, del calore e della sopravvivenza, che nella cultura occidentale degli ultimi tremila anni si è sviluppato e raffinato sempre di più, portando a ciò che oggi definiamo come architettura, che, in una della sue accezioni romantiche, si configura come l’arte di far star bene le persone nell’ambiente costruito. Vista così la professione è ha una componente di fascino non da poco. In maniera più pragmatica poi ci sono altri aspetti che rendono quella dell’architetto una professione unica: per esempio la responsabilità di realizzare qualcosa che molto probabilmente sopravviverà a noi stessi, che influenzerà il paesaggio e la percezione dello spazio di altre persone, oppure, parlando di restauro, la responsabilità di operare, quasi come fossimo dei medici, su edifici antichi, dal valore materiale e culturale inestimabile, influenzando, con le nostre scelte, la loro stessa sopravvivenza. L’architettura è fatta di responsabilità, e queste responsabilità sono sfide che, per il loro valore sociale importantissimo, hanno bisogno di qualcuno che abbia la voglia, la pazienza e il coraggio di portarle a termine.

Erasmus a Barcellona

Erasmus a Barcellona

Nel 2010 decisi di fare all’estero il tirocinio previsto dal mio percorso di studi. Ero al quinto anno della facoltà di Architettura a Cagliari e avevo vinto una borsa di studio Erasmus Placement. Con questo progetto l’Unione Europea offre la possibilità agli studenti universitari di svolgere uno stage formativo all’estero presso imprese, centri di ricerca e studi professionali…. decisi quindi di mandare il mio curriculum presso uno dei più grandi studi di Barcellona.

Nello studio si parlava principalmente inglese, in quanto brulicava di collaboratori da tutto il mondo. Gli scambi con gli altri colleghi sono stati costruttivi e si è collaborato per dei concorsi di idee, avendo come risultato delle proposte veramente molto diversificate, date dai diversi background di noi collaboratori. In questo studio le differenze culturali e linguistiche non sono mai state percepite come barriere, ma anzi come stimolo. Molte volte, proprio queste differenze, sono state motivo per far si che mi avvicinassi a determinate realtà. Lavorare in uno studio di questo tipo ha accresciuto il mio bagaglio di esperienze a livello accademico, ma soprattutto umano.

Quello che solitamente ci aspettiamo tutti dall’Erasmus è che ci dia la possibilità di toccare con mano qualcosa di diverso rispetto a quello che si studia quotidianamente nelle aule universitarie. Per me è stato cosi! Si trattava della mia prima esperienza lavorativa presso uno studio di architettura e mi è stato concesso di affrontare argomenti che in Italia non avevo mai sperimentato. Lo studio si occupava, oltre che di urbanistica, anche di paesaggio. Ne sono rimasta pienamente soddisfatta e nonostante si trattasse di soli 3 mesi, è stata un’esperienza che mi ha davvero aperto gli occhi.

Plan Cerdà
vista dall’alto di Barcellona

Parlando del linguaggio architettonico della città di Barcellona, ho notato come sia molto forte l’influenza di Gaudi. Ma Barcellona non è solo Gaudi!

Gaudì_Casa Battlò
EMBT_Mercato di Santa Caterina
Juan Navarro Baldewerg_UPF

L’influenza “dell’architetto di Dio” infatti non è visibile nello stile architettonico moderno, ma lo è nell’utilizzo del colore e della fantasia. Ne sono esempi il mercato di Santa Caterina, dello studio EMBT….i colori della Torre Agbar di Jean Nouvel, il nuovo edificio per l’Università Pompeu Fabra. Ho notato come sembri quasi che i grandi architetti, nel momento in cui vengono  chiamati a progettare un edificio per Barcellona, si sentano coraggiosi, audaci e osino di più, sia nelle forme che nei colori.

Negli ultimi quindici anni a Barcellona sono state costruite una serie di infrastrutture, mi riferisco a piccole e medie infrastrutture come centri culturali, biblioteche, musei, piazze e parchi. Tutto ciò permette a questa città di vivere di una buona rendita architettonica. In questa città il nuovo e il vecchio si fondono creando un risultato di un’armonia sorprendente.

Arriola&Fiol_Parco Stazione Nord
Richard Meier_MACBA
parco olimpico di Barcellona

Parlando di differenze con l’Italia, ho notato come in Spagna non ci siano gli albi professionali come i nostri. In spagna ci sono i Collegi, che sono molto forti e offrono molti più servizi rispetto agli albi Italiani.

 

 

Arch: Silvia Floris

Archetipi della fantasia

Archetipi della fantasia

Oggi, come giovani professionisti ci troviamo spesso a dover effettuare delle scelte, alcune possono sembrare paradossalmente più semplici, lavorare in un call center o come commessi in un centro commerciale; 

altre sicuramente più faticose, perché non ci permettono di ottenere quell’agognata indipendenza economica, ma iniziamo un lungo percorso di aggiornamento e di formazione.

  • Quali sono le criticità che vi hanno fatto propendere per una strada o per l’altra?
  • Che percezione avete della nostra categoria in questo momento storico particolare?
  • Esiste un gap informativo sul ruolo dell’architetto, che provoca una scorretta vision della professione?

 

Il mondo digitale condiziona la nostra professione a tal punto da dimenticarci che

sono ancora i nostri strumenti per comunicare con la committenza?

  • Bisogna riscoprire il valore del disegno a mano, come primo strumento in grado di tradurre un’idea astratta in una visualizzazione concreta?
  • I software come il BIM come incideranno nella nostra professione?
  • I social network e internet in generale sono dei validi strumenti per rapportarci in maniera più diretta verso la committenza?

 

 

IG FUGIMAZ
 credit vignette Fulvio Mazzola

 

 

Architettura Immersiva

Architettura Immersiva

 

Il progetto che sto sviluppando sarà davvero come me lo sto immaginando?“ “Il cliente rimarrà soddisfatto o si aspettava qualcosa di diverso?” Sono queste alcune delle domande più frequenti che affliggono noi progettisti.

Come sappiamo, lo spazio fisico è composto da 3 dimensioni che ovviamente non possono essere descritte in maniera completa su piani bidimensionali, per questo fin dagli albori della nostra disciplina gli architetti hanno dovuto rappresentare lo spazio “appiattendolo” avvalendosi dell’ausilio di diversi strumenti. Per secoli il mondo venne descritto tramite disegni tecnici e grazie alla prospettiva. Poi venne la fotografia. Così fino all’avvento del computer, il quale, ha permesso di affiancare ai supporti tradizionali la possibilità di ricreare spazi trimendionabili interattivi. Con i render le geometrie hanno acquisito anche una parvenza di matericità. All’interno  di questo processo evolutivo, in pochi anni,  si è passati da immagini realistiche, ma statiche, a riproduzioni spaziali in grado di avvolgere l’intero campo visivo dell’utente creando così la sensazione di esservi immersi. Questo è ciò che viene definito “realtà virtuale”. Da essa son nate la realtà aumentata (un esempio è ARki )  -in cui il mondo reale viene arricchito da elementi ricreati elettronicamente – e la realtà immersiva che è sostanzialmente una riproduzione completa ed altamente realistica dell’ambiente circostante  generata tramite software. Gli oggetti hanno un così alto grado di dettaglio da venir considerati “verosimili” dal cervello umano.

Parliamo di architettura immersiva proprio perché lo spazio avvolge l’osservatore a 360° e varia seguendo i movimenti della sua testa. Lo spazio è descritto in maniera veritiera e tridimensionale, così come lo viviamo ogni giorno nella realtà. Il progetto stesso non deve essere più astratto e decodificato dalla mente partendo dai disegni bidimensionali. Non a caso parliamo di “realtà” virtuale.

Così come i colori, anche lo spazio e la sua scala può venire percepita in maniera leggermente diversa da ciascuno di noi; ancora di più quando esso viene immaginato. Persino le fotografie non danno una raffigurazione oggettiva di ciò che ci circonda, infatti, condizioni di luce e punti di vista differenti creano sensazioni diverse.

Persino una volta concepito il progetto, risulterà difficile per il nostro cervello elaborare contemporaneamente tutte le informazioni riguardanti la geometria, i materiali e la luce riuscendo ad avere una visione a “tutto tondo”.

Ciò, ancor di più, per chi non è “allenato” ad usar l’immaginazione. Può diventare davvero difficile per un cliente riuscire ad astrarre il racconto e i disegni forniti dal proprio architetto. I render sono un valido supporto, ma danno comunque una raffigurazione parziale e distorta.

architectural presentation virtual reality

Kickstarter> Spacemaker VR: Virtual Reality for Architects

Ad oggi disponiamo di innumerevoli strumenti che affiancano e aiutano il pensiero del progettista e le scelte del suo committente, ma sicuramente la realtà virtuale è quella più immediata e veritiera. Con essa abbiamo l’opportunità di immergerci nello spazio semplicemente “guardando” attorno a noi. Non occorre astrarlo e, inoltre,  possiamo esplorarlo in ogni suo punto. Pensate di poter “effettuare” il sopralluogo infinite volte in qualsiasi momento; togliersi qualsiasi dubbio su come appare (e apparirà) quell’ambiente da punti di vista differenti e con diverse condizioni di luce. Questa è una delle grandi opportunità che rappresenta l’architettura immersiva per noi progettisti.  Riuscire a visualizzare uno spazio permette di ridurre gli errori e avere maggiore controllo sugli elementi che andremo a inserire nel progetto.

Anche il cliente potrà apprezzare con facilità ciò che avremo pensato per lui. Pensate a sentirsi dire “me lo immaginavo diversamente” dopo la realizzazione. Oppure pensate allo stupore che potrà provare quando si immergerà per la prima volta nel progetto di ciò che fino adesso era solo una camera vuota.

L’approvazione da parte del committente avverrà con maggiore consapevolezza dato che gli avremo dato una proiezione altamente realistica di come apparirà lo spazio che andrà ad abitare.

Tutto questo semplicemente indossando un visore.

 

POSSIBILI APPLICAZIONI

sony center 360 panorama photoSin dalla fase di indagine, durante il sopralluogo, vengono scattate foto sferiche che permettono di conservare una memoria riproducibile infinite volte e condivisibile all’interno del gruppo di lavoro. Il luogo d’intervento viene descritto in maniera più completa e dettagliata rispetto al materiale fotografico tradizionale e agli schizzi a mano.

Ultimamente ha acquisito un ruolo sempre più importante soprattutto nei progetti di interni: aiuta il progettista nella disposizione degli elementi di arredo  e permette di verificare in tempo reale le soluzioni cromatiche e materiche  scelte.

Nei progetti di illuminotecnica oltre ai dati tecnici sono importanti le sensazioni che scaturiscono da determinate condizioni luminose e spesso risulta difficile riuscire ad immaginarsele. Esse sono riproducibili tramite  appositi software grazie ai quali è anche possibile addentrarsi nel progetto e averne percezione veritiera. [1]

Oltre che un valido supporto nell’affrontare scelte di natura estetica, la realtà immersiva viene in aiuto nella disposizione dei grandi impianti. Solitamente hanno percorsi piuttosto complessi che tendono a intrecciarsi tra loro. L’essere circondati dall’edificio virtuale consente di verificare che non vi siano intersezioni non realizzabili e scorgere criticità difficilmente individuabili nelle rappresentazioni bidimensionali.

Sta acquisendo un ruolo sempre più importante soprattutto nella fase di verifica (design review).

ikea app VR

Grazie agli appositi visori anche i clienti possono addentrarsi ed esplorare lo spazio pensato dal progettista verificandone la corrispondenza con le soluzioni discusse durante il briefing, familiarizzando e avendo l’opportunità di prendere parte attiva nelle scelte. È, infatti, possibile variare in maniera istantanea alcuni elementi come i materiali, i colori e gli oggetti; rendendo  partecipi coloro che saranno gli utilizzatori finali della nostra opera. La verifica viene effettuata sia dal progettista che dal committente, il tutto senza che nemmeno un mattone venga posato prima dell’approvazione da parte di entrambi. Ikea ad esempio ha lanciato la propria app VR in cui è possibile arredare il proprio spazio customizzando i prodotti scelti.

 

 

mona lisa room

La realtà virtuale sta rivoluzionando anche lo studio dell’architettura e la divulgazione culturale. Molti musei come gli Uffizi  permettono già di essere visitati da remoto, senza dover raggiungere Firenze ogni volta e senza affrontare ore di fila. Ancora di più pensate alla meraviglia che potrete provare entrando in opere su cui il tempo o le guerre hanno infierito e che ormai non esistono più da secoli. Fino adesso potevamo solo immaginarle leggendone la descrizioni sui libri.

Questo è il grande potere dell’architettura immersiva: immergerci in un mondo scomparso o che non esiste ancora.

 

 

 

sitografia

[1] https://www.archdaily.com/879817/how-vr-is-helping-researchers-understand-the-phenomenology-behind-light-in-architecture

http://www.abitare.it/it/design/concept/2016/06/27/la-realta-virtuale-rivoluzionera-il-lavoro-dell-architetto/

https://www.archdaily.com/884286/collaborative-virtual-reality-allows-design-professionals-to-meet-inside-the-model