Diario di Viaggio_Bruxelles_Federica Cambedda

Diario di Viaggio_Bruxelles_Federica Cambedda

É il Novembre del 2017 quando, tesista nel corso di laurea Magistrale in Architettura, scopro che è stato pubblicato un nuovo bando Erasmus + placement per effettuare un tirocinio in Europa. Avevo già vissuto questa esperienza in Spagna nell’estate del 2016, quando avevo svolto il tirocinio curriculare presso uno studio a Madrid. Ciononostante, ancor prima di finire quel tirocinio, avevo ponderato l’idea di ripetere l’esperienza.

Trovandomi a corto di tempo nel mezzo delle fasi finali della mia tesi di laurea e memore dell’impegno temporale che avrebbe comportato, decido di saltare la fase di ricerca e contatto delle varie aziende. Al contrario di due anni fa, quando avevo mandato tantissime candidature, questa volta mi rivolgo direttamente ad uno studio di Bruxelles su consiglio di un’amica, la quale vi aveva svolto un tirocinio. Lo studio accetta la mia candidatura e a Marzo, un mese dopo la mia laurea, parto per Bruxelles.

Una delle prime cose che si notano all’arrivo nella capitale è il suo bilinguismo: i pannelli pubblicitari, i nomi delle vie, la segnaletica negli edifici pubblici, nei negozi e nelle comunicazioni ufficiali sono sia in francese che in fiammingo (un dialetto derivante dall’olandese).

Lo studio in cui ho svolto il tirocinio è stato fondato circa 4 anni fa da Benoît e Michel, due giovani architetti poco più che trentenni ed entrambi studenti Erasmus per un anno presso il Politecnico di Milano. Attenti alle esigenze del cliente e a valorizzare a pieno le diverse potenzialità dei progetti, insieme agli altri due architetti nello studio Coraline e Maxime, mi hanno accolta nel loro gruppo e si sono impegnati per rendere il mio tirocinio un’esperienza davvero formativa e stimolante facendomi lavorare e coinvolgendomi in più cose possibili, riconoscendo anche le mie soluzioni apprezzate dai clienti durante le riunioni.

Nonostante la giovane età dello studio, il numero delle pratiche aperte durante il periodo del mio tirocinio era notevole. I cantieri aperti (ho potuto seguirne uno di essi con cadenza settimanale) erano di tipologie e portate diverse. In tre mesi ho potuto lavorare su progetti di ampliamento o ristrutturazione di abitazioni, concorsi di idee per centri polivalenti, redigere elaborati da presentare alle amministrazioni pubbliche, studi preliminari per studi di stabilità e dettagli costruttivi, brochures per i clienti, elaborato computi comparativi e dettagli tecnici per progetti esecutivi.

Durante il tirocinio, parlando con i colleghi ed guardandomi intorno ho scoperto come in Belgio il ruolo dell’architetto sia differente rispetto a quello nel nostro paese. Anche piccoli interventi di ampliamento sono, per legge, di competenza del solo architetto, (diversamente da noi dove alcuni lavori possono essere svolti anche da altri professionisti) che ottiene l’abilitazione dopo un apprendistato di due anni in uno studio. Tra i vari cantieri aperti molti riguardavano la riqualificazione di edifici, talvolta anche della componente strutturale, soprattutto di mansarde (combles aménagés). Dove lo spazio lo permetteva, soprattutto fuori città, gli interventi consistevano principalmente nell’ampliamento della residenza con volumi che aumentano la possibilità di contatto con la luce ed il verde: tali interventi, caratterizzati dalla maggiore superficie vetrata possibile, ospitano cucine, zone giorno e living. Per via del clima si tende a cercare il maggiore contatto possibile con l’aria aperta. Bruxelles è la città europea con il maggiore rapporto di aree verdi pro-capite ed a queste latitudini la popolazione tende a prediligere la vita fuori dalle quattro mura appena il clima lo permette.

Hallerbos, a sud della città, è una foresta rinomata in tutta la nazione per la fioritura dei giacinti a inizio primavera

Il centro di Bruxelles, chiamato “Pentagono”, è facilmente visitabile a piedi e, nel periodo in cui ho visitato la città, un ricettacolo di cantieri aperti. L’intervento più importante, oltre al vecchio “Parking 58”, riguarda sicuramente la pedonalizzazione di uno degli assi più importanti nell’area: Place de Brouckère e Boulevard Anspach, quest’ultimo marcatamente di stile haussmaniano. L’intervento, che mira a collegare gli estremi del pentagono, è stato accompagnato da altri interventi volti a migliorare la viabilità circostante. Nonostante i lavori non interessassero ancora l’intera area (si mira ad un esponenziale aumento della superficie verde ed arborea, il rilancio delle attività economiche del centro città e la riorganizzazione dei flussi di pedoni, veicoli autorizzati e ciclisti) le parti chiuse al traffico erano già state invase da pedoni, turisti e artisti di strada.

Il centro è una vetrina di stili architettonici: a partire dalla Grande Place, sito patrimonio dell’UNESCO con il Gotico e il Barocco fino all’Art Nouveau dell’Old England, passando per il Modernismo della stazione centrale ed il Neoclassico del palazzo reale. Ad est di quest’ultimo sorge il quartiere europeo, tra i più rinomati della città per il comparto residenziale, i parchi, varie sedi di uffici amministrativi e delle più importanti istituzioni dell’Unione Europea: il Parlamento Europeo, la Commissione Europea, il Consiglio dell’Unione europea ed il Consiglio europeo hanno sede lungo la grande Rue de la Loi.

Fuori dalla cinta del Pentagono vi è la residenza e studio di Victor Horta a Saint-Gilles, la grande “Maison de la Radio” e la facoltà di architettura La Cambre Horta a Place Flagey a Ixelles, Palazzo Stoclet si trova ad est del quartiere Europeo mentre il Mima Museum ad ovest del centro storico davanti alle banchine del canale a Molenbeek-Saint-Jean. Più a Nord, a Laeken, vi sono l’Atomium e l’Expo (costruiti in occasione dell’Esposizione Universale del 1958), il planetario, le serre reali, il padiglione cinese.

L’Old England, oggi Museo degli strumenti musicali
Il padiglione cinese visto dalle serre reali

Sebbene non sia famoso come quello delle altre capitali limitrofe, il panorama architettonico contemporaneo di Bruxelles merita attenzione e non manca di interessanti realizzazioni, sia che riguardino strutture precedentemente esistenti che opere ex novo. Una vetrina di queste realizzazioni è senza dubbio il Brussels Horta Prize, un concorso che ogni due anni premia le migliori architetture realizzate nella Regione di Bruxelles-Capitale che, pur affermando una nuova identità, sono rispettose del contesto in cui sono inserite (stimolando la riflessione sulla simbiosi tra architetto, la città ed i suoi abitanti). La premiazione di questa edizione è avvenuta proprio durante il periodo del mio tirocinio e, poiché lo studio concorreva in una delle categorie, ho potuto assistere alla cerimonia di proclamazione dei vincitori nella cornice di una delle sale della maggiore istituzione sulla Grande Place, il Municipio. Tra i vincitori delle 5 categorie, uno dei progetti più apprezzati è stato sicuramente quello del Bureau Bas Smets, un Memoriale per le vittime dell’attentato terroristico in città del 22 Marzo 2017: non un monumento ma un luogo essenziale di raccoglimento inserito nella parte meridionale della foresta di Soignes.

Foto del Memoriale progettato dallo studio Bas Smets

Durante la mia permanenza, oltre a Parigi e Amsterdam, ho avuto l’occasione di visitare Gand, Bruges e Anversa. Quest’ultima, posta alla foce dello Schelda, è uno dei porti commerciali più grandi dell’Europa: ci si può fare un’idea della sua estensione salendo sulla terrazza del MAS (Museum aan de Stroom) o passeggiando fino al Zaha Hadidplein dove ha sede l’autorità portuale che è stata recentemente ampliata con un progetto della nota archistar.

La sede dell’autorità portuale di Anversa

Passeggiando lungo il fiume si ha l’occasione di intravedere architetture dalle linee razionaliste, che ricordano anche alcuni esempi nella nostra isola.

Ingresso per il tunnel di Sant’Anna che passa sotto il fiume Schelda progettato da Emiel Van Averbeke
Il RAS, locale lungo il fiume progettato da Bob Van Reeth

Un’altra interessante vista della città la si può avere raggiungendo il parco sulla riva sinistra tramite il Sint-Annatunnel, un ponte pedonale che passa sotto il fiume inaugurato nel 1931 per garantire il passaggio da una sponda all’altra dello Schelda in qualsiasi momento della giornata senza intralciare la navigazione fluviale. Rimasto praticamente come allora, oggi è un monumento protetto.

Interno del Sint-Annatunnel

Gand e Bruges, più interne, sono caratterizzate da una notevole rete di canali. Più piccole rispetto ad Anversa, hanno un centro storico meno contaminato dall’architettura contemporanea e si è immersi nell’atmosfera più marcatamente medioevale di stampo gotico. Bruges, quest’anno, ospitava la triennale dal tema “città liquida”, una riflessione sulla possibilità di sopravvivenza di città storiche di fronte alla società attuale descritta dal sociologo Zygmunt Bauman. Le installazioni, legate all’elemento tipico della città -l’acqua- vogliono non solo essere un elemento attrattivo per le persone, ma opere da vivere. Una di queste, il padiglione Selgascano, contiene una piscina sul fiume usufruibile dai cittadini. Skyscraper, una balena composta da 5 tonnellate di plastica, è un monito all’inquinamento da plastica che affligge gli oceani.

NLÉ – Kunlé Adeyemi, Minne Floating School
StudioKCA – Skyscraper, the Bruges Whale
SelgasCano – SelgasCano pavillon
OBBA – The Floating Island

Gand, importante centro europeo nel XIII° secolo, oggi è una piccola città con un centro caratterizzato da architetture medievali. Tra queste vi sono il Beffroi, una torre civica di 91 metri costruita come torre di avvistamento nel XIV secolo, il maestoso Gravesteen, castello dei Conti di Fiandra costruito alla confluenza dello Schelda e del Leie. Il centro è quasi totalmente pedonale ma il luogo che mi ha colpita maggiormente è stata l’area dove si trovano Graslei e Korenlei.

La “Riva delle erbe” e la “Riva del grano” sono due banchine che sorgono sul Leie dal forte carattere sociale: i cittadini e gruppi di amici vi si riuniscono e si incontrano come se fosse una piazza, godendosi il sole tra una chiacchera e l’altra.

Gravensteen
Da sinistra a destra, Korenlei e Graslei

Visitare queste città, camminare nelle loro strade ed osservare coi miei occhi gli edifici, i loro dettagli, le dinamiche sociali e gli usi dei loro abitanti, non è stato solo un momento di svago ma anche altamente istruttivo.

L’Erasmus non è solo viaggiare all’estero, le feste o qualcosa da inserire nel proprio curriculum. Partire all’estero per frequentare un’università, scrivere una tesi di laurea o lavorare all’interno di uno studio comporta mettere da parte un po’ di comode abitudini, di certezze e sfidarsi. C’è da adattarsi, immergersi in contesti diversi, si conoscono nuovi lati di se stessi: è un’occasione per migliorarsi, accumulare lezioni che a volte maturano dopo tanto tempo.

Personalmente, lavorare in uno studio con un approccio più pratico rispetto al tirocinio precedente, mi ha permesso di capire meglio come muovermi una volta rientrata in Italia, su cosa avrei voluto concentrarmi per accrescere la mia formazione in vista dell’abilitazione. È stata un’esperienza estremamente interessante e professionalmente stimolante

Per questo, partire con il programma Erasmus + è un esperienza che consiglio a tutti.

Le GiAS interviste_ RE.COH

Le GiAS interviste_ RE.COH

Qualche giorno fa abbiamo incontrato i volti che stanno dietro all’Associazione RE.COH. Ci siamo fatti raccontare un po’ di loro, chi sono, e di cosa si occupi  la loro associazione. 

Andrea Pinna, si laurea presso l’Università di Cagliari, prima in Conservazione dei Beni Architettonici e Ambientali, poi in Architettura e attualmente conclude un Dottorato presso la Facoltà di Ingegneria Civile e Architettura approfondendo il tema del paesaggio e del turismo culturale. Negli ultimi anni ha maturato esperienze e collaborazioni nel restauro dell’architettura.

Co-fondatore dell’associazione di promozione sociale RE.COH.

Francesca Setzu, si laurea in Ingegneria Edile, con specializzazione in restauro, approfondendo durante il suo lavoro tesi le tematiche inerenti la terra cruda. Consegue un master in Housing Sociale collaborativo, attivando una serie di collaborazioni di tipo lavorativo presso cooperative di abitanti e gestori sociali, a livello regionale e nazionale.

Co-fondatore dell’associazione di promozione sociale RE.COH.

Silvia Melis, si laurea in Ingegneria Edile-Architettura con una tesi di Cooperazione Internazionale per paesi in via di sviluppo in collaborazione con la Universidad Central (UCEN); consegue un master in Collective Housing e collabora con studi di architettura a livello internazionale.

Co-fondatore dell’associazione di promozione sociale RE.COH.

Arianna Murru, si laurea presso l’Università di Cagliari in Conservazione dei Beni Architettonici e Ambientali e consegue un Dottorato di Ricerca presso la Facoltà di Ingegneria e Architettura, approfondendo il tema della conservazione e il restauro dei materiali dell’architettura. Collabora a diversi progetti presso enti di ricerca nazionali e internazionali.

Co-fondatore dell’associazione di promozione sociale RE.COH.

Marco Cocco, si laurea in Architettura con una tesi sulle architetture di terra cruda. Da circa un anno si è unito al gruppo di lavoro dell’associazione di promozione sociale RE.COH.

2015_11_2015_11_Fiera dell_abitare collaborativo Experimentdays Milano-Il banchetto espositivo di Re.coh

Ci raccontate quando è nata la vostra associazione e di cosa vi occupate?

RE.COH nasce formalmente come Associazione di Promozione Sociale nel maggio del 2016. In realtà le nostre attività hanno avuto inizio qualche anno prima, a partire dall’esigenza e volontà di Francesca, Andrea, Silvia e Arianna di affrontare il tema del recupero del patrimonio inutilizzato della Sardegna e legarlo alla modalità abitativa in cohousing.

RE.COH è l’acronimo di due parole: RECUPERO e COHOUSING.

Il “Recupero” che intendiamo ha una duplice connotazione: da un lato, il recupero materiale, ovvero dedicato alla materia che caratterizza il costruito esistente (casa/isolato/quartiere/centro storico/periferia); dall’altro lato, ci preme il recupero immateriale, ovvero quello delle relazioni sociali, di comunità, di condivisione e partecipazione.

Per “Cohousing” intendiamo un modello abitativo composto da diversi nuclei familiari che formano un vicinato, cosiddetto elettivo. Ciascun nucleo, oltre a disporre della propria casa/appartamento privato, si inserisce in un percorso fatto di coprogettazione, condivisione e gestione degli spazi comuni, in cui decide le regole di convivenza con gli altri componenti del vicinato.

Dall’analisi di partenza svolta in seno a RE.COH, abbiamo individuato e messo in luce diverse problematiche urbanistiche e sociali che interessano il territorio regionale, sintetizzate nei seguenti punti: 1. esigenza abitativa; 2. crisi economica generalizzata; 3. crisi sociale (individualismo e solitudine crescente); 4. inutilizzo/disuso e conseguente degrado di immobili/isolati/quartieri/centri storici; 5. spopolamento dei centri minori.

Partendo, quindi, da tali problematiche, il principale obiettivo di RE.COH è quello di promuovere la pratica abitativa del cohousing, come risposta all’individualismo e all’emarginazione sociale, unendola al recupero degli edifici esistenti per fronteggiare lo spopolamento e il degrado dei centri storici e dei centri minori.

Quale è il vostro approccio con il committente, e chi è il committente?

Ci rivolgiamo sia a privati (persone che si presentano individualmente e che vorrebbero costituire un gruppo o gruppi precostituiti intenzionati a portare avanti un progetto di cohousing), sia agli enti pubblici a livello comunale, provinciale e regionale.

L’approccio metodologico adottato si basa su:

-incontri informativi e formativi aperti a tutti;

-attività di accompagnamento ai gruppi che manifestano interesse a costituirsi in vicinato elettivo per abitare in cohousing;

-supporto e guida alla progettazione partecipata;

-redazione degli elaborati progettuali, tecnici e direzione lavori;

-sensibilizzazione del tema verso le pubbliche amministrazioni;

-attività/eventi/laboratori/seminari.

Avete in programma dei progetti/eventi imminenti?

Si, attualmente stiamo programmando alcuni eventi, che avranno luogo nei prossimi mesi:

Cohmunidades: ciclo di eventi mirati alla divulgazione e alla conoscenza di nuovi modelli abitativi come quello del Cohousing, presso diversi comuni localizzati nel centro-sud Sardegna, che si sono mostrati sensibili verso i temi della rigenerazione urbana e dell’inclusione sociale. Ogni singolo evento verrà coprogettato con le realtà associative locali attive nel territorio.

Cohousing temporaneo/vacanza: il progetto prevede un’esperienza/simulazione di vita in cohousing durante una vacanza. Le persone che condivideranno la propria vacanza si sceglieranno in base ad affinità legate allo stile di vita, ai propri interessi e desideri. Il gruppo formato coprogetterà la propria vacanza, decidendo la location, le attività, i servizi e le regole di convivenza.

Avete dei modelli a cui vi ispirate?

Ci ispiriamo ai cohousing nord europei in generale, in cui il motore trainante è la volontà delle persone di adottare questo modello abitativo. Tra gli esempi nazionali di successo, sicuramente è per noi di grande ispirazione il processo partecipativo e tecnico che ha portato alla realizzazione del cohousing Numero Zero di Torino, progetto di coabitazione nato dall’iniziativa dell’Associazione Coabitare e dalla volontà di un gruppo di famiglie che ha recuperato un edificio in disuso nella zona di Porta Palazzo. Da questa esperienza prendiamo come esempio sia gli aspetti attinenti le attività di promozione del cohousing, sia le scelte architettoniche applicate al singolo progetto.

Come si declina la figura dell’architetto per quanto riguarda il cohousing?

Nella pratica abitativa del cohousing, la figura dell’architetto/professionista assume una posizione orizzontale rispetto alla committenza. Infatti, raccolte le esigenze di base dal committente (che non si configura come singolo -individuo o nucleo famigliare- ma come gruppo -vicinato elettivo-) si predispongono azioni volte all’accompagnamento/alla guida delle interazioni tra le persone, per finalizzare le diverse fasi della coprogettazione.

L’architetto, in questo contesto, mette in campo azioni proprie della professione, con linguaggio e tecniche da condividere con il gruppo, portando quest’ultimo a ideare spazi e attività sulla base delle esigenze dei singoli e in concerto con quelle comunitarie. L’architetto, quindi, mettendo a disposizione della comunità le sue competenze tecniche per garantire la realizzazione di un cohousing con alti standard qualitativi, tecnici, energetici, compositivi ecc., svolge un ruolo di mediatore tra gli abitanti.

Ci sono delle normative qui in Italia che regolano il cohousing?

L’Italia non si è ancora dotata di un apparato normativo dedicato all’abitare in cohousing, diversamente dal resto del mondo. Per questo motivo, coloro i quali hanno scelto questa modalità abitativa, sono stati costretti ad attingere dalla normativa vigente, adattandola di volta in volta. Ad oggi, infatti, un cohousing può essere costituito attraverso una delle seguenti forme giuridiche: cooperativa, associazione, fondazione o condominio.

Nel corso dell’ultimo decennio diverse proposte di legge hanno messo in luce l’esigenza di dotare di un apparato normativo questi nuovi modelli dell’abitare, che attendono ancora di essere approvate.

Ci auspichiamo una maggiore consapevolezza dei benefici che l’abitare in cohousing è capace di generare sulla società, con un conseguente riconoscimento premiante da parte degli organismi pubblici in termini di finanziamenti, sconti su oneri di urbanizzazione, cessione di aree o edifici pubblici.

Come considerate oggi la professione dell’architetto?

L’architetto oggi si trova davanti a sfide importanti, in particolare nel contesto italiano, in cui l’alto numero di figure legate al progetto (non solo architetti, ma anche ingegneri e geometri) caratterizzano un mercato ormai saturo, in cui tutti fanno tutto. Per tale motivo, riferendosi alla nostra esperienza, la sfida è cercare di rinnovare/innovare l’approccio alla professione. Infatti l’inserimento in una fascia, se vogliamo di nicchia, in cui non sono sufficienti le sole competenze dell’architetto, è necessario che queste siano integrate a quelle di altri professionisti, per far fronte a dinamiche che necessitano soluzioni complesse di carattere sociale, economico, ambientale. Il nostro punto di vista è che oggi l’architetto non possa prescindere da un approccio di tipo interdisciplinare nello svolgimento della sua professione, per soddisfare qualitativamente al meglio le esigenze sempre più ampie dei propri committenti.

Qualche esempio di buone pratiche di cohousing?

Citiamo qualche esempio italiano, la cui concentrazione è principalmente nelle regioni del nord. Sono esempi diversi, che raccontano quanto possano essere diverse le dinamiche a supporto della nascita di un cohousing.

URBAN VILLAGE BOVISA 01 Milano (2009): il percorso nasce 2006 con la promozione del primo progetto di cohousing italiano, attraverso il sondaggio ABITOMILANO. La collaborazione tra l’Agenzia per l’innovazione sociale INNOSENSE PARTNERSHIP e il Dipartimento INDACO del Politecnico di Milano, (Unità di Ricerca DIS – Design ed Innovazione per la Sostenibilità) porta alla realizzazione di un progetto che consta di 32 unità abitative e 700 mq di spazi comuni: un living room con cucina comune, la lavanderia e l’hobby room, la piscina con solarium, il giardino comune, la ciclofficina.

Cohousing Numero Zero – Torino (2013): progetto di recupero e coabitazione del Cohousing Numero Zero guidato dall’A.P.S Coabitare, ha previsto la ristrutturazione di un edificio esistente nella zona di Porta Palazzo a Torino. Il Cohousing è stato inaugurato nel 2013 e costituisce un esempio di recupero sostenibile per l’utilizzo di materiali ecocompatibili, utilizzo impianti di sfruttamento di energia rinnovabile e di recupero dell’acqua piovana.

Base Gaia Milano (2015): dopo aver scelto il terreno, quattro famiglie fondatrici hanno cominciato a rendere pubblico il progetto per completare il gruppo di “abitanti della Base”, fino ad accogliere 10 nuclei. Dopo la fase di progettazione condivisa, e l’approvazione da parte del Comune di Milano , si è attualmente in fase di costruzione.

Mura San Carlo – San Lazzaro di Savena – Bologna (2017): composto da dodici nuclei, tra famiglie e singoli (per un totale di 20 adulti e 15 bambini), il complesso residenziale, nato da una sostituzione edilizia, è stato il frutto della coprogettazione del gruppo di vicini supportati dallo Studio Tamassociati, che ha svolto il ruolo di promotore, gestore e facilitatore del processo.

Cohousing San Giorgio – Ferrara (2015): Il Comune e l’A.P.S. Cohousing Solidaria hanno firmato un protocollo d’intesa in cui si sono stabilite prassi di collaborazione tra la Pubblica Amministrazione e le associazioni di promozione del cohousing territoriali, allo scopo di orientare e favorire la costituzione di comunità cohousing nella città, inserendole in una rete di iniziative di utilità sociale. L’amministrazione si è impegnata ad adottare politiche di promozione e sostegno del cohousing.

Porto 15 – Bologna: Il progetto è tra i primi cohousing in Italia ad iniziativa interamente pubblica. Attraverso il recupero di 18 alloggi (circa 45 posti letto) all’interno di uno stabile di proprietà dell’ASP – Città di Bologna, in pieno centro storico della città, il progetto ha l’obiettivo di sperimentare una nuova forma di abitare collaborativo in affitto con contratti a canone concordato, destinato a giovani al di sotto dei 35 anni.

CohousingIo cambio status”– Trento: Progetto pilota per favorire il processo di transizione all’età adulta delle giovani generazioni, approvato dalla Giunta provinciale nel 2012, e supportata con fondi dedicati nel 2016 dall’Agenzia per la famiglia, la natalità e le politiche giovanili della Provincia Autonoma di Trento.

2015_11_Fiera dell_abitare collaborativo Experimentdays Milano-Partecipazione alla tavola rotonda dal titolo_ "Cohousing_ Chiedimi come."
2016_02 Partecipazione a puntata Extralive. Tema di discussione_ realtà collaborative e sharing economy nel territorio
2016_05 Ciclo di incontri _Dal cucchiaio alla città_ presso il coworking LabVega
2016_09 Smart cityness-Partecipazione al forum sui _Territori collaborativi_
Le GiAS interviste_ Arch. Nacho Garlace

Le GiAS interviste_ Arch. Nacho Garlace

Le GiAS interviste. Come ci vedono i nostri colleghi all’estero?

Una breve intervista all’architetto cileno Nacho Garlace, studente del Master in Progettazione architettonica per recupero dell’edilizia storica e degli spazi pubblici – Pares 2017/2018 presso l’Università di Roma “La Sapienza”.

Stavolta abbiamo preso di mira l’Arch. Nacho Garlace, un simpatico giovane cileno, che dopo diversi anni di lavoro in Cile ha deciso di rimettersi in gioco e venire in Italia per seguire un master in progettazione per il recupero dell’edilizia storica.

Cosa ti ha spinto e convinto ad intraprendere un percorso di studi in Italia seguendo un master in recupero del patrimonio storico?

Ho deciso di seguire il master per il recupero del patrimonio perché rientra negli interessi dell’ attività professionale svolta; Infatti mi sono dedicato al restauro di edifici storici nel mio Paese per più di 6 anni, ma avevo bisogno di una certificazione accademica che desse valore aggiunto all’esperienza maturata in questi anni.
Così ho deciso di venire in Italia per studiare presso “La Sapienza”, dove penso ci sia una delle facoltà di architettura più accreditate per il restauro. Inoltre il solo pensiero di poter vivere a Roma, città con più di XVII secoli di storia, rispetto al mio Paese, mi entusiasmava ed ha contributo a rendere la scelta ancora più semplice.

La trafila burocratica per poter intraprendere questo percorso è stata semplice o hai trovato difficoltà?

L’inizio non è stato facile, lo devo ammettere, perché la documentazione richiesta in molti casi era diversa da quella che mi era stata consegnata quando mi sono laureato come architetto in Cile. 

E’ stato necessario un anno per completare tutta la documentazione che mi era stata richiesta dalla facoltà e dall’ambasciata italiana nel mio Paese, per essere accettato. 

Quale è stata l’accoglienza giunto in Italia?

All’arrivo tutto è stato più semplice. Accoglienza perfetta, tanta cordialità e chiarezza, quindi mi sentivo abbastanza sicuro. Penso che l’accoglienza debba essere sempre di questo tipo in università di questo calibro, così riconosciute e, con così tanti studenti provenienti da tutto il mondo.

Com’è studiare in Italia? Hai trovato quello che ti aspettavi?

Studiare in Italia è molto gratificante, non solo per la qualità accademica dei docenti del master, ma anche per la qualità professionale dei miei colleghi di studio, che erano interessati tanto quanto me agli argomenti trattati nel master.

Questo ti spinge sempre a dare il meglio, ed a confrontarti con i colleghi.

Le fasi del rilievo con scanner laser

A livello didattico e umano come è stato il tuo rapporto con i docenti e gli altri studenti?

Il rapporto tra docenti e studenti è stato molto professionale, sottolineando sempre il fatto che eravamo tutti già qualificati, quindi non ho mai avuto la sensazione di parlare con qualcuno che mi vedesse al di sotto di lui in una scala di competenze e capacità.

Parliamo degli architetti italiani, cosa ti ha colpito?

Le competenza comunicativa che avete voi italiani è elevata, i dibattiti teorici sono stati molto ricchi, questo mi ha permesso di ampliare il mio punto di vista e di approcciarmi diversamente alle tematiche trattate.

In conclusione, le tue aspettative sono state soddisfatte?

Indubbiamente, le aspettative personali quando ho scelto di continuare la mia formazione professionale in Italia sono state soddisfatte. La scelta del Master Pares dell’Università di Roma “La Sapienza” credo sia stata la migliore che potessi fare.

Il Giorno della discussione della tesi

Grazie Nacho per aver voluto rispondere alle nostre domande. Buon rientro in Cile!

Diario di Viaggio_IAHRome15- International Architecture Holiday_Arch. Viola Serpi

Diario di Viaggio_IAHRome15- International Architecture Holiday_Arch. Viola Serpi

BIOGRAFIA

Viola Serpi nasce a Cagliari nel 1988, frequenta la Facoltà di Architettura dell’Università degli Studi di Cagliari e consegue la laurea quinquennale in Architettura delle Costruzioni nel 2014, con una tesi sperimentale in Progettazione viaria e Infrastrutture urbane incentrata sulla mobilità pedonale e sulla riqualificazione delle relative infrastrutture, prendendo come caso di studio Oristano, città dove vive sin dall’infanzia e i cui problemi sono fortemente sentiti dalla comunità.

La sua tesi viene premiata a Roma per il concorso nazionale “AIPCR per le Università d’Italia 2014” per tesi di laurea specialistiche su tematiche inerenti la viabilità stradale, ricevendo in premio la pubblicazione di un estratto della tesi sulla rivista tecnica “Le Strade” n.1512, Ed. La Fiaccola, e uno stage di sei mesi presso l’ANAS S.p.A. di Cagliari.

“MI RACCONTO”

Nel periodo successivo al conseguimento della laurea in Architettura, in un momento in cui non avevo ancora alcun impegno lavorativo, mi si è presentata l’occasione di partecipare al workshop internazionale IAHRome15 – International Architecture Holiday, organizzato dall’associazione Archistart in collaborazione con l’Università la Sapienza di Roma. Spinta sia dalla curiosità di relazionarmi con altri laureati e laureandi in Architettura e Ingegneria provenienti da diversi paesi del mondo, sia dall’importanza per me rivestita dal tema oggetto del laboratorio, ovvero il ripensamento delle stazioni metro di Roma in previsione del Giubileo e della candidatura alle successive Olimpiadi, ho deciso di accettare questa sfida. Sebbene sia interessata alle strutture, sin dalla tesi mi sono approcciata al settore delle infrastrutture perché penso che rivestano una funzione essenziale per la qualità della nostra vita e non debbano essere trascurate, fermamente convinta che si debba pensare ad una dimensione urbana in cui le persone siano componente fondamentale e non secondaria. Il tema del workshop era inerente alle infrastrutture puntuali, nello specifico le stazioni della metropolitana, intese sia come servizi che come luoghi da vivere.

Così, sono partita a Roma durante le feste natalizie del Dicembre 2015 per intraprendere quest’esperienza: sei giorni in cui avrei condiviso idee e materiale da disegno con tanti giovani aventi interessi comuni ai miei ma punti di vista differenti, immersi nell’architettura della città eterna.

OBIETTIVI

L’obiettivo del Workshop, come anticipato precedentemente, era la riqualificazione delle stazioni metro della capitale e delle aree immediatamente adiacenti, cercando di conferirle una nuova identità e di integrarle con il contesto urbano dell’antica Roma, cosa che sembra essere andata persa col tempo. Al giorno d’oggi la rete dei trasporti della capitale appare di qualità scadente, sia dal punto di vista funzionale che architettonico, quindi sembra essere necessario un intervento. Come extra, veniva chiesto di ripensare anche agli spazi circostanti, trasformandoli da spazi fini a sé stessi (non luoghi) a spazi nuovi per la città, utilizzabili non solo dai fruitori della metro ma da tutta la cittadinanza come potenziali luoghi di incontro e condivisione.

IDEA DI PROGETTO

Il concept nasce dall’attento studio dell’insegna. La M della metropolitana, pensata come unione di forme triangolari che poi, traslate, vanno a definire un volume nuovo, pensato per essere riconoscibile.

Il progetto successivamente sviluppato dal gruppo di lavoro si fonda sull’idea di multifunzionalità, adattabilità e sostenibilità.

Per quanto riguarda la multifunzionalità, il progetto è stato pensato come utilizzabile in ogni sua parte. Dall’ingresso si accede alla stazione vera e propria, ma il volume esterno è accessibile superiormente mediante una rampa, su cui si sviluppano una piattaforma e una scalinata in corrispondenza della copertura dell’accesso alla metro, che possono diventare luoghi di sosta e/o ricreativi. Le superfici triangolari esterne possono essere utilizzate anch’esse, sia pensando di scavarle in determinati punti per creare ulteriori sedute, che sfruttandole per apporre pannelli informativi, piuttosto che opere temporanee.

Ogni funzione è pensata per potersi evolvere a seconda delle esigenze della comunità. Risponde quindi al requisito di adattabilità.

Per quanto riguarda la sostenibilità, si è pensato al possibile utilizzo di luci esterne alimentate dall’energia solare, poste a filo di alcune alzate della scalinata e delle superfici triangolari, che quindi riceveranno la luce del sole durante il giorno e la rilasceranno durante la notte. La stazione, illuminata, sarà pertanto visibile, riconoscibile e fruibile anche nelle ore notturne.

Si è pensato di distinguere le varie parti del progetto anche attraverso l’utilizzo di diversi materiali: i due volumi triangolari potrebbero essere rivestiti in travertino, materiale che rispecchia l’identità di Roma; la parte superiore presenta una struttura in acciaio, in modo tale da non gravare eccessivamente col suo peso sulla copertura; la parete interna, fiancheggiante l’ingresso, è stata pensata come un pannello di vetro, con eventuali funzioni digitali utili ai fruitori della metro (linee, orari ecc.).

LA MIA ESPERIENZA

Ho trovato l’esperienza interessante, formativa ed utile. Ho potuto confrontarmi e lavorare con architetti di diverse nazionalità, e già dalla ricerca del concept ognuno di noi ha messo a disposizione del gruppo le proprie conoscenze e capacità, qualcosa che sapeva fare meglio degli altri, portandoci a lavorare in maniera ottimale. Ne è risultato un insieme omogeneo, in cui le componenti si completavano come i tasselli di un puzzle.

Penso che il gruppo di cui ho fatto parte abbia affrontato in maniera giusta il tema di progetto, ma sono convinta che siano stati l’omogeneità e l’affiatamento tra i vari elementi a fare la differenza.

Fare un’esperienza formativa in un team di progetto è importante per la nostra formazione, noi che nel nostro lavoro dobbiamo confrontarci costantemente con altre figure professionali. Penso perciò che dover collaborare anche se per poco tempo con persone che non si conoscono affatto ci permetta di imparare tanto, messi alla prova anche dalle differenze linguistiche e culturali.

La comunicazione avveniva  prevalentemente in lingua inglese e per mezzo di rappresentazioni grafiche, mentre le differenze culturali non sono state un ostacolo, anzi ci hanno permesso di mettere insieme punti di vista differenti, che sono confluiti poi nel progetto finale.

Un plauso e riconoscimento ai ragazzi di Archistart che hanno dimostrato grande competenza e professionalità nell’organizzazione. Inoltre la loro disponibilità, il loro modo d’essere, ha reso il workshop  quasi come una vacanza, coronata da una festa di capodanno a tema. Consiglio a tutti l’esperienza, io stessa la ripeterei.

Quando l’Architettura è affermazione sociale, economica e politica.

Quando l’Architettura è affermazione sociale, economica e politica.

Il veto del Presidente della Repubblica Portoghese.

Nel 2009 il Portogallo è in piena crisi ed il paese è prossimo al default con possibili conseguenze sociali ed economiche che riporterebbero il paese ai tempi più bui della dittatura di Salazar.

L’ombra della Troika è un fatto concreto e non un probabile salvagente per molti o un’intrusione nelle faccende di casa propria per altri.

Molti settori produttivi sono in stallo i contratti pubblici sono ridimensionati e i salari ridotti. Inizia una massiccia emigrazione di giovani nel pieno delle loro capacità creative.

In questo scenario che accomuna anche altri paesi dell’area euro, in particolare Spagna e Grecia, ma anche l’Italia, ogni categoria professionale si appresta a trovare soluzioni che consentano di superare la crisi.

Le industrie trasferiscono il core business in paesi in cui la manodopera è più economica, oppure si gioca la carta delle ex colonie che nel frattempo sono diventate paesi in pieno sviluppo, come il Brasile; il mercato immobiliare si fa più appetibile con prezzi bassissimi e si tenta di attrarre investitori dall’estero.

Lisbona_manifestazione contro le misure della Troika _ Fonte Sicobas
Portogallo_Un negozio in liquidazione_Fonte linkiesta.

Si crea anche una concorrenza interna ad alcune categorie professionali, vicine per interessi ma distanti per competenze; distanti almeno dal 1973, quando il Decreto n. 73 stabiliva le competenze professionali necessarie per essere tecnico responsabile per l’elaborazione e sottoscrizione dei progetti, per la gestione finanziaria e per la direzione delle opere.

Tale Decreto in buona sostanza attribuiva alla categoria degli ingegneri tecnici competenze e possibilità di operare solo nei campi specifici del rispettivo ambito di studio e agli architetti competenze e possibilità di operare solo nell’ambito di progetti di nuova costruzione e recupero di edifici esistenti (di fatto rendendo obbligatoria la firma da parte di un architetto per questo tipo di progetti), introduceva inoltre l’obbligatorietà di firma congiunta (architetto ed ingegnere) per quanto attiene alla pianificazione urbana e di nuove lottizzazioni.

Nel 2009 viene chiesto a gran voce dagli operatori del settore delle costruzioni (composto in gran parte da grandi società di costruzioni edili con annesse società di ingegneria) e dall’Ordine degli Ingegneri, il superamento e la revisione del Decreto 73/1973, al fine di ottemperare alla Direttiva 2005/36/CE, per consentire anche agli ingegneri tecnici di firmare e progettare opere nel campo che fino a quel momento era di esclusiva competenza degli architetti.

L’Assembleia da República (ossia il Parlamento portoghese) visto il periodo di crisi economica, accoglie la richiesta ed approva un regime transitorio, Lei 31/2009, che consente per i successivi cinque anni il superamento ed il congelamento del decreto n. 73; nel 2015 con la Lei 40/2015 il regime transitorio è stato esteso per altri tre anni al fine di consentire la conclusione delle opere in essere.

Durante gli anni di regime transitorio gli ordini professionali, sia degli architetti sia degli ingegneri, hanno manifestato in varie forme ognuno per se le proprie ragioni aprendo il dibattito sulle competenze in parlamento e nell’opinione pubblica.

A difesa della posizione dell’ordine degli architetti, che mirava a ripristinare l’esclusiva competenza sui progetti di architettura, richiesta più che legittima in un paese che ha fatto della propria qualità architettonica un vanto e motivo di interesse internazionale, sono state raccolte 11.000 firme e sentite le motivazioni sia a livello professionale che accademico.

Lisbona_ Manifestazione degli architetti di fronte al Palazzo dell'Assembleia da República _ Fonte observator

Dopo questa lunga premessa si arriva al 2018; il Parlamento discute la legge sul regime transitorio: non potendosi procedere ad ulteriori proroghe, la legge viene votata ed approvata rendendo definitivo quello che poco prima era solo un regime transitorio per il superamento di uno stallo economico, Decreto n.º 196/XIII, del 3 Aprile.

Ciò che accade pochi giorni dopo è la ragione per la quale mi trovo a scrivere questo articolo ed anche ciò che ha colpito la mia attenzione.

La legge per entrare in vigore ha bisogno solo di un ultimo fondamentale sigillo, la firma del Presidente della Repubblica Marcelo Rebelo de Sousa.

Ricevuto l’incartamento del Decreto n.º 196/XIII del 3 Aprile, dopo appena due giorni, il 6 Aprile 2018, il Presidente pone il veto; tra le tante leggi e decreti su cui ha posto la propria sigla, solo in sette casi ha posto il veto, rendendo di fatto questo tipo di azioni casi eccezionali.

Quello che ne consegue è scontato: gli architetti gridano vittoria e gli ingegneri preparano un ricorso in sede europea.

Ma la forza di questo veto sta tanto nelle motivazioni esposte dal presidente, tanto nella conseguente conferma del riconoscimento della professione dell’architetto come specifica, unica e fondamentale per la società e la politica.

Fa riflettere, e non è un caso, il fatto che come azione di affermazione di sovranità nazionale, in contrasto con le indicazioni di Bruxelles, il compito sia toccato all’architettura, ai suoi valori ed ai suoi illustri rappresentanti, segno questo che la professione dell’architetto è pienamente insita nell’opinione pubblica e nella vita sociale.

Le motivazioni hanno certamente un loro peso e sono chiare e semplici: segno ancora una volta che minimante si possa mettere in discussione chi deve occuparsi di cosa. Cita il Presidente:

Il passaggio da un regime transitorio ad uno permanete ha distorto l’ampio consenso (confermato dalla 11.000 firme raccolte ndr) delle parti interessate, ed è da considerarsi una retrocessione in relazione alla negoziazione che trasforma l’eccezione in regola, e in qualche modo riporta la normativa al periodo giuridico anteriore al 25 Aprile (25 Aprile 1974, caduta del regime dittatoriale di Salazar, ndr)”.

“Era una norma vecchia, che era stata estesa nel tempo, dal 2009 al 2015 e ancora fino al 2018. Non vedo alcun motivo oggi, per il numero e la qualità degli architetti che abbiamo, nell’estendere una soluzione (la possibilità che gli ingegneri possano firmare progetti architettonici, ndr) che è già stata estesa e dovrebbe finire ora nel 2018 “.

Sarebbe facile a questo punto fare un paragone con la considerazione che si ha dell’architettura in Italia, sia a livello politico che sociale; ancora più facile sarebbe dire della confusione di competenze e professioni dove più o meno tutti possono fare tutto.

Le ragioni sono tante e non sempre imputabili a chi non fa parte del mondo romantico dell’architettura.

Certamente le istituzioni hanno una responsabilità, ma da questa vicenda lusitana si possono cogliere alcuni importanti fattori di riflessione.

I soggetti coinvolti nella vicenda, uniti e coesi, hanno gridato e portato le proprie ragioni all’attenzione dell’opinione pubblica, e affermato con forza il diritto di sopravvivere: la categoria degli ingegneri tecnici in forte crisi di incarichi ha chiesto ed ottenuto di occuparsi anche di opere per le quali non avrebbero avuto competenze, poco importa che abbiano giustificato questa richiesta per ottemperare ad una direttiva europea: dovevano trovare un modo per sopravvivere; gli architetti spodestati della loro matita magica hanno raccolto firme e detto a tutti che se il paese è più bello di prima è grazie a loro, che se adesso il paese è conosciuto in tutto il mondo è anche grazie ad una scuola di architettura che esporta tra i migliori architetti al mondo, ma non solo: hanno detto che l’architettura ha un ruolo economico importante, altrimenti che senso avrebbe avuto la richiesta dell’ordine degli ingeneri di dividere la torta con loro? Il Presidente della Repubblica, viste le istanze degli ordini professionali, nonché valutata l’altissima qualità della professione dell’architetto, ha manifestato la propria sovranità politica verso Bruxelles lanciando un messaggio chiaro: il nostro sistema giuridico in merito alla professione è più moderno della vostra direttiva e comunque ha prodotto ottimi risultati, quindi non si cambia.

Lo slogan dell'Ordem dos Arquitectos per la raccolta firme in difesa dei propri iscritti.

In una situazione come quella italiana in cui ancora oggi alcuni ingegneri chimici, meccanici e altri, solo per parlare di chi ha titolo di laurea, ma poi ci sono periti, geometri e agronomi, possono presentare e firmare progetti di architettura, il divario da colmare è certamente tanto. Forse la nostra generazione di architetti non farà in tempo a vivere un effettivo miglioramento, basti pensare che in Portogallo gli esiti di una norma del 1973 si vedono oggi. E’ pur vero però, che se non parte una azione dai diretti interessati mai ci verrà proposta.

Credo quindi che sia doverosa una riflessione interna da parte degli ordini professionali affinché si inizi un dibattito sull’argomento e ci siano le basi per una proposta di legge che finalmente faccia ordine nelle professioni, soprattutto in quelle tecniche che come detto sono vicine per interessi ma distanti per competenze.

Diario di viaggio a Lisbona_PORTUGAL IDA e VOLTA_Arch.Virgilio Vincis

Diario di viaggio a Lisbona_PORTUGAL IDA e VOLTA_Arch.Virgilio Vincis

Dalla seconda esperienza di lavoro a Lisbona, la prima nel 2010, riporto due aspetti che si possono riassumere in due parole “orizzontale” e “ricerca”.

Orizzontale è stato il rapporto con i colleghi dello studio e del team di progetto. Nonostante nessuno sapesse che contributo sarei stato in grado di dare al progetto, io stesso ero molto titubante, il lavoro si è svolto in maniera che tutti potessero esprimere al meglio il proprio prodotto senza che dall’alto venissero calate direttive. Non si è quindi posto il problema che i componenti del team avessero bisogno di costante controllo, bensì la piena autonomia ha favorito uno studio più approfondito dell’argomento sulla base delle peculiarità di ogni componente che, seguendo il proprio ragionamento logico ha prodotto un risultato ampio e completo.

La ricerca e lo studio di un tema, nello specifico una strada storica che collega il nord con il sud del paese, della quale si propone la valorizzazione, è il secondo aspetto che ha caratterizzato questo periodo. Spesso il lavoro progettuale nasce in seguito ad una richiesta o stimolo esterno che può essere una committenza pubblica o privata o la partecipazione ad un concorso, in assenza di ciò raramente si prende in mano una matita. Quest’ultima esperienza mi ha consentito di valutare un aspetto, quello della ricerca, come opportunità per la creazione di occasioni di lavoro e non solo come conoscenza approfondita di un dato tema.

Studio preliminare N2 e principali intersezioni autostradali
Storyboard evoluzione N2.
Chaves - N2 - Km 0

Per quanto attiene aspetti di carattere più generale che influenzano la nostra professione, posso dire che attualmente Lisbona è una della capitali europee culturalmente più attive, il costo della vita è relativamente basso ed è altissima la richiesta di servizi in loco da parte di investitori esteri. Non è un caso che negli ultimi anni gli spazi dismessi siano stati colonizzati da freelance che offrono la propria professionalità in tutti i settori economici.

La libreria di Lx Factory, uno dei coworking più attivi a Lisbona.

La vecchia sala stampe con la macchina rotativa originale
La caffetteria

Il linguaggio architettonico portoghese è molto variegato. Per voler generalizzare gli architetti si suddividono in due grandi correnti che spesso si confondono. Una corrente più commerciale ma comunque di alta qualità ed una più culturale. Come dicevo spesso si confondono perché entrambe hanno la capacità di rapportarsi con progetti a diverse scale e diversi scopi sempre con una certa qualità compositiva. Contrariamente a quanto si possa pensare, visto il successo dell’architettura portoghese, la cultura e tradizione architettonica contemporanea sono molto recenti rispetto all’Italia. Il passaggio tra il tradizionale storico e consolidato, per capirci la casa portuguesa o l’architettura coloniale, ed il contemporaneo è avvenuto in modo più repentino rispetto ad altri paesi, ma nonostante ciò, sia per condizionamenti politici che culturali, i caratteri compositivi e distributivi e quindi il linguaggio sono stati reinterpretati ma non stravolti. Ne è conferma il fatto che il linguaggio contemporaneo utilizzato nei centri storici non stoni con il contesto ma anzi lo valorizzi. Una particolare attenzione è dedicata allo studio del paesaggio ed alla valorizzazione dello stesso, l’inserimento di nuovi oggetti architettonici è di norma sempre ponderato e mai dissonante.

Alcuni esempi di architettura contemporanea portoghese.

Lisbona, lungo il Rio Tejo. Recupero di un vecchio immobile
Aveiro, la Venezia portoghese. Inserimento in contesto storico del contemporaneo.
Lisbona, fronte Rio Tejo. Il museo Maat
Comporta, Casas na areia, Aires Mateus
Comporta, Casas na areia, Aires Mateus
Comporta, Cabanas no rio, Aires Mateus
Comporta, Cabanas no rio, Aires Mateus.
Comporta, Cabanas no rio, Aires Mateus.
Lisbona, Musealizzazione del sito archeologico di Praça Nova, João Luis Carrilho da Graça, João Gomes da Silva.
Lisbona, Musealizzazione del sito archeologico di Praça Nova, João Luis Carrilho da Graça, João Gomes da Silva.
Lisbona, Musealizzazione del sito archeologico di Praça Nova, João Luis Carrilho da Graça, João Gomes da Silva.
Lisbona, Musealizzazione del sito archeologico di Praça Nova, João Luis Carrilho da Graça, João Gomes da Silva.

Non ho avuto modo di valutare quale possa essere il rapporto con le pubbliche amministrazioni per quanto attiene permessi e procedure varie. In generale le pubbliche amministrazioni hanno però una particolare attenzione alla qualità architettonica, è motivo di vanto e prestigio avere delle opere di architettura progettate da architetti importanti o comunque che siano opere riconosciute anche all’estero.

Cascais, Casas das Historia Paula Rego, Eduardo Souto de Moura
Diario di Viaggio Arch. Paolo Scattone_Malta

Diario di Viaggio Arch. Paolo Scattone_Malta

Malta, un arcipelago di appena 316 km2 nel cuore del Mar Mediterraneo, scrigno di una realtà assolutamente unica nel suo genere.

La particolare posizione geografica ne ha fatto storicamente un avamposto strategico, prima militare e poi commerciale, nonché un crocevia culturale, la conseguenza dei diversi processi colonizzatori che si sono succeduti nei secoli.

Economicamente parlando, uno dei paesi della Comunità Europea che nell’ultimo decennio ha fatto registrare uno dei più elevati tassi di sviluppo.

Dal periodo successivo all’ingresso nell’Eurozona, anno 2008, Malta ha visto il fiorire dell’attività turistica, grazie alle sue meraviglie paesaggistiche, la crescita del settore dei servizi finanziari e la massiccia attività d’investimento che ha interessato il settore dell’I-Gaming, con decine di aziende pronte a spostare sull’Isola la propria sede principale, incoraggiate da una regolamentazione della tassazione particolarmente favorevole.

Gli effetti di questa esplosione economica non potevano che incidere in maniera diretta su uno degli ambiti maggiormente legato alle oscillazioni dei flussi monetari: il Real Estate. Ciò si traduce facilmente in due aspetti: ristrutturazione del vasto patrimonio edilizio esistente e costruzione di edifici ex-novo, previa autorizzazione all’acquisizione delle aree libere.

Scorcio di Sliema da La Valletta, uno dei fulcri dell'espansione edilizia maltese

 

Tale situazione è evidente non solo dalla lettura analitica di dati economici, ma molto più semplicemente a livello visivo. Soprattutto per chi mette per la prima volta piede sulla “roccia”, lo scenario è impressionante. Decine di gru che si ergono sullo skyline maltese, simboli di un progresso rapido e massiccio, apparentemente ancora lontano dall’affievolirsi.

Tramonto maltese, La Valletta

 

Ma in che contesto si colloca lo sviluppo maltese?

Una visione aerea del territorio rivela una superficie prevalentemente rocciosa, arida e irregolare che accoglie piccoli impianti espansi su una maglia viaria tessuta di strade strette, similmente a quanto accade nei piccoli centri storici del nostro Paese.

Triq il-Merkanti, Merchants Street, La Valletta
Scorcio dal basso di una tipica via urbana, La Valletta

 

Ovviamente, l’edilizia storica non poteva che adeguarsi a tale conformazione urbanistica, secondo una tipologia prevalente costituita di edifici residenziali a pianta rettangolare con, generalmente, due piani fuori terra, una soluzione che garantisce l’apporto luminoso sull’intero comparto abitativo nonostante la reciproca prossimità delle facciate.

È interessante riscontrare come le diverse correnti culturali che sono entrate a far parte del DNA tradizionale maltese abbiano inevitabilmente interessato anche il processo progettuale.

I caratteri fondamentali possono essere ascritti ad un certo razionalismo, edifici dal tetto piano e dai colori chiari tipici del costruito mediterraneo, che includono, talvolta, elementi curvi ereditati dalla tradizione arabeggiante.

Nelle facciate, gli elementi di spicco riconoscibili sono fondamentalmente due, La “Gallarjia” e le “Pregnant Woman”.

La Gallarjia è una veranda chiuda di legno lavorato, una sorta di estrusione del muro esterno che estende la pianta dell’appartamento per creare un piccolo ambiente raccolto. Talvolta è dipinta di diversi e sgargianti colori, creando interessanti giochi cromatici.

Gallarjia_, La Valletta

I balconi possono anche essere aperti e delimitati da ringhiere di ferro, il più delle volte realizzate artigianalmente, che per la loro particolare forma panciuta vengono appunto, quasi scherzosamente, chiamate Pregnant Woman (“Donna incinta”).

Tipico Balcone con ringhiera _Pregnant Woman_

 

Quando gli edifici non sono intonacati rivelano il processo costruttivo: allineamenti (“Filati”) di solida pietra calcarea locale (“Limestone”) dove le bianche giunzioni tra gli elementi strutturali creano una maglia geometrica che texturizza il prospetto.

La luce è il fattore che più valorizza il costruito, rendendola brillante durante il giorno. Quando cala la sera, l’illuminazione artificiale incide sulle pareti miscelandosi con l’ocra della pietra, creando un effetto visivo unico molto suggestivo.

Illuminazione notturna di mura storiche, La Valletta

Tale discorso può essere esteso anche all’architettura monumentale ed ecclesiastica di cui la Capitale La Valletta è particolarmente ricca, tanto da ottenere nel 1980 il titolo di patrimonio dell’umanità da parte dell’UNESCO.

Scorcio di La Valletta da Sliema
Berġa ta' Kastilja, residenza del primo ministro, La Valletta

 

La traduzione nella contemporaneità di questo linguaggio si ritrova in La Valletta City Gate, il progetto di riqualificazione della Capitale realizzato da Renzo Piano Building Workshop.Il masterplan, completato nel 2015, ha dimensioni decisamente importanti, e comprende l’ingresso alla città, un teatro all’aperto, il fossato circostante e il nuovo Parlamento, il reale fulcro dell’intervento.

L'ingresso della Città, vista da Triq ir-Repubblika, Republic Street, La Valletta
Il teatro all'aperto, La Valletta
Il fossato e le mura storiche, La Valletta
Il Parlamento, La Valletta
Il plastico del masterplan

 

L’edificio si compone di due massicci blocchi principali, sostenuti da un basamento in vetro e acciaio che delimita spazi riservati ad attività prettamente culturali. I volumi superiori, posti in comunicazione da una stretta passerella in quota, sono rivestiti in pietra, in un riuscito connubio estetico tra tradizione e modernità.

Il Parlamento, basamento, La Valletta
Il Parlamento, vista laterale, La Valletta
Il Parlamento, facciata principale, La Valletta
Il parlamento, dettaglio della facciata, La Valletta
Il Parlamento, dettaglio della facciata, La Valletta

 

Gli spazi interni sono, funzionali ed eleganti nel proprio mantenere una certa semplicità, rifiniti in pietra e legno, perseguendo quindi una tendenza nell’utilizzo di materiali naturali particolarmente seguita nell’interior design maltese.

Il Parlamento, interni, La Valletta
Il Parlamento, interni, La Valletta
Il Parlamento, interni, La Valletta

 

Come da consuetudine nel processo progettuale di RPBW grande attenzione è stata dedicata al concetto di sostenibilità.

Gli elementi di facciata sono modellati con macchine a controllo numerico, necessarie per la realizzazione delle particolari forme che proteggono le vetrate dall’insolazione diretta, lasciando comunque filtrare l’illuminazione naturale, e sfruttano l’apporto della ventilazione.

Inoltre, sono state previste sonde geotermiche per l’estrazione delle acque di falda e il tetto piano è stato coperto con 600 m2 di pannelli fotovoltaici.

Il parlamento, dettagli di facciata, La Valletta
Il Parlamento, dettagli di facciata, La Valletta
Il Parlamento, dettagli di facciata, La Valletta

Si tratta, nel complesso, di una architettura cangiante, che suggerisce dettagli e prospettive differenti a seconda del punto di osservazione, l’espressione dell’abilità di Piano di saper coniugare con maestria il progettare contemporaneo e tecnologico nel rispetto della tradizione costruttiva locale.

La Valletta City Gate è un intervento ambizioso ed innovativo che non ha mancato, almeno inizialmente, di suscitare polemiche e perplessità tra una frangia scettica della popolazione, ma che, col tempo, ha acquisito lo status di vero e proprio landmark, il simbolo della rinascita di un Paese con risorse affascinanti tutte da scoprire.

Le Gias interviste_Intervista all’Arch. Paolo Russo e Arch. Fabiana Ledda

Le Gias interviste_Intervista all’Arch. Paolo Russo e Arch. Fabiana Ledda

Oggi intervisteremo due nostri colleghi sardi (di Sassari) che hanno aperto uno studio a Torino:

l’Architetto Paolo Russo e l’Architetto Fabiana Ledda

 

PAOLO RUSSO nasce a Sassari nel 1984, nel 2008 si laurea in Pianificazione Territoriale Urbanistica e Ambientale, con il professor Ignasi Perez Arnal. Nel 2012 consegue la laurea Magistrale in Architettura, presso la Facoltà di Architettura ad Alghero, con i professori Giovanni Maciocco, Gianfranco Sanna, Silvia Serreli.

Durante la sua carriera universitaria segue corsi con numerosi architetti di fama internazionale:

Luigi Snozzi, Antonio Cruz, Antonio Ortiz, Guillermo Vazquez Consuegra, Jose Morales Sanchez, João Luís Carrilho da Graça, Kees Kaan, Manolo Gallego e tanti altri.

Nel 2010 svolge un anno di studi presso Escuela Tecnica Superior de Arquitectura de Sevilla.

Nel Giugno del 2015 ottiene il titolo di Master in Architettura del Paesaggio, riconosciuto dalla IFLA World (International Federation of Landscape Architects), presso la Univesidat Politecnica de Catalunya.

Dal 2008 al 2017 ha collaborato presso diversi studi internazionali: IPT Architects (London), Llowarch Llowarch (London), Nieto y Sobejano Arquitectos (Madrid), C+S Architects (Treviso), Cino Zucchi Architects (Milano).

Dal 2012 svolge alcune attività di collaborazione con la Facoltà di Architettura ad Alghero e dal 2014 è iscritto all’albo dei cultori della Materia, presso la medesima Facoltà.

Dal 2014 svolge l’attività professionale in maniera indipendente.

Nel Settembre del 2017 fonda lo studio LERUA insieme a Fabiana Ledda.

 

FABIANA LEDDA nasce a Sassari nel 1988, nel 2010 si laurea in Pianificazione Territoriale Urbanistica e Ambientale, con il professor Massimo Faiferri. Nel 2015 consegue la laurea Magistrale in Architettura, presso la Facoltà di Architettura ad Alghero, con i professori Goncalo Byrne e Massimo Faiferri.

Durante la sua carriera universitaria segue corsi con numerosi architetti di fama internazionale:

Nel 2013 svolge un anno di studi presso Université libre de Bruxelles La Cambre Horta.

Dal 2010 al 2014 ha collaborato presso diversi studi internazionali: Alpex Architecture (London), Rvr Arquitectos (Santiago de Compostela), GDE-Blue Barcelona (Barcelona).

Dal 2017 svolge l’attività professionale in maniera indipendente.

Nel Settembre del 2017 fonda lo studio LERUA insieme a Paolo Russo.

 

LERUA è uno studio di architettura, urbanistica e paesaggio con sede a Torino.  La ricerca progettuale è sviluppata attraverso la partecipazione a concorsi internazionali, commesse private e collaborazioni con differenti studi e figure professionali.

Una riflessione critica del paesaggio contemporaneo, in relazione agli ambiti naturali, urbani e sociali, diventa la chiave di lettura della ricerca progettuale.

Un aspetto importante riguarda la concezione di un’idea di architettura “concreta” che cerca di stabilire un forte legame con le peculiarità del territorio. Questo avviene attraverso una riflessione che si concentra sulle capacità che ha uno spazio di generare punti di tensione tra individui; sul ruolo e le caratteristiche dei materiali, sulle relazioni tra luce e ombra, sulla sostenibilità e sulla capacità di pensare e progettare un’architettura per le persone comuni.

Living With(in) nature - E13 Winner - Landsberg, Germany

Quali opportunità vi hanno dato le esperienze all’estero?

 

P: La possibilità di lavorare all’estero mi ha permesso di arricchire le mie conoscenze legate ai temi dell’architettura. Ho avuto modo di lavorare su progetti di diverse scale e con clienti importanti. Ricordo ancora il concorso (Arvo Part Centre in Estonia) vinto quanto lavoravo da Nieto Sobejano, in quel caso si trattava di realizzare un edificio al centro di una foresta di pini, l’obiettivo principale è stato quello di conservare il numero maggiore di alberi e progettare un’architettura che fosse in piena sintonia con il contesto ambientale. Invece a Londra ho avuto modo di lavorare ad un progetto stimolante per uno psicologo, uno spazio di 35 mq a Bristol studiato nei minimi dettagli.

 

F: Lavorare fuori è stata un’esperienza costruttiva e interessante sia dal punto di vista professionale che umano. Nei diversi studi ho avuto modo di vedere i differenti approcci che mi hanno dato la possibilità di capire e mettere insieme tutte quelle nozioni che fanno parte del mio attuale bagaglio di conoscenze. Se penso alla Spagna mi viene in mente la semplicità delle relazioni tra le persone questo si riflette anche nel loro approccio al progetto;  al contrario in Inghilterra i rapporti sono più formali e quindi ogni particolare deve essere definito e discusso tra le parti.

 

Quali erano le vostre aspettative e cosa vi ha spinto ad aprire uno studio insieme?

 

P: Dopo diversi concorsi e qualche opportunità nata nel tempo, abbiamo deciso di ritornare in Italia per aprire il nostro studio. Si tratta ancora di uno studio di recente formazione. Ancora i sogni e le aspettative sono tantissimi e cerchiamo di sviluppare ogni nostro progetto con il massimo impegno e con la massima passione.


F: Le aspettative sono tante: fare quello che ci appassiona e cercare di farlo nel miglior modo possibile. Diciamo che dopo l’incarico per la progettazione di un bar a Sassari, abbiamo deciso che era il momento di fare questo grande passo e dedicare tutte le energie per uno studio nostro.

Salotto Caffé - Sassari Italy

Avete vinto dei premi importanti, vi hanno portato la visibilità attesa?

 

F: Sicuramente il premio più importante vinto fino a questo momento è Europan 13. Quando abbiamo ricevuto la chiamata eravamo sorpresi e molto contenti. Questo tipo di concorso ci ha dato molta visibilità su diverse pagine che parlano di architettura. Per noi si trattava di una situazione completamente nuova.  

 

F: Si Europan è stato una grande opportunità. Lo scorso settembre siamo stati invitati al festival New Generations e uno dei temi affrontati è stato appunto il concorso Europan.

 

 

Avete dei modelli a cui vi ispirate?Quali sono i vostri principi base/guida  in fase di progettazione?

 

P: Non abbiamo dei modelli precisi, ma sicuramente siamo influenzati dalla visione delle scuole dove abbiamo studiato e dalle esperienze fatte in questi anni. In maniera particolare ci interessa la relazione che un progetto può instaurare con il contesto dove si inserisce. In qualche modo cerchiamo di concepire progetti che si legano in maniera particolare con il contesto, anche se in qualche caso mostrano una loro autonomia.

 

F: Quando progettiamo non pensiamo solo all’edificio ma al ruolo che esso assume rispetto allo spazio pubblico. Ogni nuovo progetto è un’occasione per la città e gli abitanti e per questo pensiamo che esso faccia parte di un sistema più ampio che riguarda lo spazio urbano.

Scuola secondaria Giovanni Pascoli - Torino Italy

Quali pensate che siano le urgenze che deve affrontare ora  l’architettura contemporanea in Italia?e in Sardegna?

 

P: Personalmente penso che i temi che riguardano il futuro dell’architettura, non debbano essere rivolti solo allo sviluppo della città metropolitana. Uno dei temi su cui stiamo lavorando, e la Sardegna ne è un chiaro esempio, è legato allo spopolamento dei piccoli centri e delle aree agricole che si sviluppano intorno a questi piccole comunità. Proprio il concetto di comunità è la chiave per riattivare queste realtà. Non si  tratta solo di ripopolare questi piccoli paesi, ma di creare le condizioni perché le persone rimangano.

 

F: Un altro aspetto è legato alla cementificazione. In passato si è costruito tanto e la percentuale di suolo utilizzato per edificare è altissima, oggi si costruisce meno proprio perché esistono una serie di edifici inutilizzati che insistono nei nostri suoli. Questi edifici hanno perso il loro significato originale, hanno cambiato ruolo nel tempo e per questo si ha la necessità di ripensare questi spazi e restituirli alla città.

 

Come viene percepita oggi la professione dell’architetto?

 

P: La professione dell’architetto è particolare, in Italia non è riconosciuta del tutto e i risultati si vedono. La nostra scelta di rientrare in Italia può essere vista come azzardata in relazione a quanto dicevo prima, però pensiamo che in questo momento di crisi ci siano le condizioni per invertire questo trend e provare a cambiare il futuro del nostro territorio.

Nel nostro caso noi cerchiamo di sviluppare una metodologia del lavoro che si possa relazionare ai diversi temi dell’architettura e del paesaggio. Questo guardando non solo al panorama italiano, ma cercando di continuare il nostro legame con il resto d’Europa e non solo.

 

Cosa amate di questa professione e perchè avete scelto di fare l’architetto?

 

P: Io, nonostante le difficoltà, direi tutto. Per il momento continuo a fare questa professione con la stessa passione che avevo durante l’università. La scelta di fare l’architetto è il risultato di diversi fattori, tra questi sicuramente emerge il ricordo delle lezioni di storia dell’architettura fatte durante gli ultimi anni delle scuole superiori.


F: Quello che mi piace e che ho sempre apprezzato di questa professione è la parte creativa: avere in testa una cosa e fare in modo di realizzarla, vederla reale e costruita. Questo è il motivo per cui ho scelto di intraprendere questa strada e quello che amo di questa professione.

Centro Servizi per il Territorio Monastir

Qualche consiglio per i giovani architetti che stanno intraprendendo ora la professione?ù

 

P: Anche noi siamo abbastanza giovani e quindi anche noi avremo la necessità di ricevere svariati consigli. Ma sicuramente posso dire, che credere nelle proprie capacità ed essere ottimisti da una marcia in più per realizzare i propri sogni.


F: Essendo anche noi giovani e nati da poco tempo (come studio), il consiglio che vorrei dare ai miei colleghi e coetanei, è di credere in ciò che fanno. Ci sono tante difficoltà e quotidianamente ci si scontra con molte nuove situazioni. Ma tutto è ripagato dalla soddisfazione di un progetto, o dalle persone che vivono e apprezzano ciò che tu hai realizzato.  

Bordeaux

Bordeaux

A Bordeaux, la qualità della vita è buona, è più cara rispetto alla Sardegna ovviamente, ma rispetto ad altre città francesi è decisamente più abbordabile. Lo stipendio è commisurato allo stile di vita, ma quello ovunque in Francia. A bordeaux ho collaborato sia con uno studio di architettura che con uno studio di paesaggio. La percezione del ruolo dell’architetto qui in Francia, almeno per la mia esperienza è completamente diversa rispetto all’Italia, qui la nostra figura professionale continua ad avere un valore importante nell’ambito della progettazione e lo dimostra la nutrita presenza di giovani architetti stranieri principalmente italiani e spagnoli.

Non credo sia possibile identificare un linguaggio se non dire che si tratta di architettura contemporanea. In qualche caso si può parlare di razionalismo, ma sono casi rari perché alla geometria dei volumi semplici viene spesso associato un rivestimento delle pareti esterne in metallo o legno che nulla ha a che fare col razionalismo.

Spesso si trova l’uso del colore, colori pastello che noi siamo abituati a vedere solo nei muri delle case vecchie di Stampace (Cagliari)  per intenderci. Le tapparelle quasi non esistono, ma sono sostituite da tende esterne, o frangisole (ci sono delle leggi che lo impongono per l’efficienza energetica).

Ho notato che nella progettazione delle abitazioni residenziali, quando non si ha molto spazio, si preferisce ridurre al minimo le camere per avere zone giorno anche di 30 metri quadri o più.

Per quanto riguarda la procedura di un progetto solitamente quando di grande entità tipo una scuola o una lottizzazione residenziale, lo studio di architettura realizza il progetto, poi lo invia ai vari bureau d’étude, “studi dello studio”, composti solo da ingegneri.

Esiste quello specifico per gli impianti, quello per le strutture, quello che verifica il rispetto delle normative in materia per i disabili ecc.. , perché il Comune spesso non verifica le procedure in maniera puntuale.

Per quanto riguarda le fasi del progetto, sono più o meno come da noi in Italia, in più infatti tra una e l’altra spesso non vi sono quasi differenze di scala o di documentazione.

I documenti per la ristrutturazione o di espansione di un abitazione ad esempio, sono uguali per tutti e si scaricano attraverso un portale nazionale, come ad esempio la domanda per il permesso di costruire.

Io non mi sono mai rapportata direttamente con la Pubblica Amministrazione in Francia, ma la percezione che si ha è di diffidenza, per questo ci si affida ai bureau d’étude prima di presentare un progetto al Comune.

Arch. Maria Antonietta Pani

Le Gias Interviste _ Intervista agli Architetti Sarah Elena Pischedda e Tommaso Vagnarelli

Le Gias Interviste _ Intervista agli Architetti Sarah Elena Pischedda e Tommaso Vagnarelli

Oggi intervisteremo due nostri colleghi che hanno ricevuto un importante riconoscimento: L’Arch. Tommaso Vagnarelli e l’Arch. Sarah Elena Pischedda

La loro tesi di laurea dal titolo “La rinascita dei borghi dell’entroterra sardo: il caso studio di Badu Andria”, è stata premiata dal Politecnico di Torino nel 2017, con un premio dedicato all’Arch. Carlo Alberto Bordogna, come una delle migliori tesi nell’ambito dell’architettura sostenibile.

Sarah Elena Pischedda, nasce a Tempio nel 1992, e passa gran parte della sua infanzia e adolescenza ad Olbia, dove frequenta il liceo classico-linguistico. Da sempre interessata all’architettura e al design, nel 2011 si trasferisce a Torino per studiare Architettura al Politecnico. Dopo la laurea triennale decide di seguire la magistrale di Architettura per il Restauro e Valorizzazione del Patrimonio, corso di studi incentrato sulla tutela, conservazione, trasformazione e rifunzionalizzazione del patrimonio architettonico del nostro paese. Laureatasi nel 2016 con una tesi sul recupero di un borgo abbandonato nell’entroterra sardo, nel 2017 sceglie di proseguire gli studi iscrivendosi alla Scuola di Specializzazione in Beni Architettonici e del Paesaggio, uno dei terzi livelli di laurea previsti dal Politecnico di Torino.

Tommaso Vagnarelli, classe 1991, torinese di nascita, vive e studia a Torino. Cresce in una casa/studio di architettura e ingegneria in cui lavorano i genitori e, dopo aver frequentato il Liceo Classico Massimo D’Azeglio, decide di iscriversi ad Architettura. Come Sarah, dopo la laurea triennale, si iscrive alla magistrale di restauro, frequenta con lei parte dei corsi e assieme maturano l’idea di affrontare la tesi di laurea. Laureatosi a dicembre 2016 si iscrive alla Scuola di Specializzazione in Beni Architettonici e del Paesaggio, dove attualmente frequenta il secondo anno.

Ci raccontate brevemente la vostra tesi di laurea?

La nostra tesi affronta il problema dello spopolamento dell’entroterra sardo e del conseguente stato di abbandono in cui versano ormai da decenni numerosi piccoli borghi. Questi luoghi, troppo spesso abbandonati al loro destino, rivestono un ruolo fondamentale nella cultura sarda, che non andrebbe dimenticato, ma anzi valorizzato: da un lato sono raffinati esempi di architettura vernacolare autoctona, dall’altra sono testimonianze di una società agro-pastorale che sta scomparendo e la cui memoria andrebbe conservata e tramandata, perché è proprio in questa vita agreste e arcaica che affondano sia le nostre radici che l’essenza stessa della Sardegna. La tesi parte proprio da questo concetto proponendosi di ripensare questi aspetti di vita agro-pastorale attualizzandoli e materializzandoli nel progetto di recupero del borgo di Badu Andria, nel comune di Padru. Quello che volevamo capire era se fosse possibile far rivivere questo luogo, abbandonato per motivi ben precisi, riproponendo quella che era la sua vocazione originaria: un luogo cioè in cui si viveva e in cui si lavorava, un piccolo mondo che, almeno in passato e fino al momento del suo abbandono, era bastato a se stesso.

La domanda da cui siamo partiti per capire se ciò fosse possibile è stata questa: oggi, grazie a tutte le tecnologie di cui disponiamo, i motivi che portarono all’abbandono di questi luoghi nel corso del XIX e XX secolo, sussistono ancora? La risposta che ci siamo dati è stata che no, in gran parte non sussistono più: oggi abbiamo la possibilità di utilizzare l’auto per spostarci, internet per lavorare in remoto, per restare aggiornati e per svolgere attività fino a vent’anni fa impensabili e abbiamo la possibilità di produrre energie in loco sfruttando le risorse rinnovabili ecc. L’idea è quindi che le tecnologie innovative consentano a questi insediamenti di rendersi nuovamente autonomi nel campo delle risorse energetiche (elettricità, calore, acqua) e produttivi (coltivazioni, allevamento), senza rinunciare a tutti quei comfort “urbani”. Da questo ragionamento abbiamo poi sviluppato l’intero progetto, partendo da un’analisi territoriale e socio economica della Gallura, fino ad arrivare al computo metrico del progetto di restauro. Il progetto prevede il riutilizzo degli edifici preesistenti sia come abitazioni, sia come edifici funzionali all’inserimento di un’azienda agricola di piante officinali, coltivate in quelli che prima erano terreni destinati al pascolo e a precedenti attività agricole. L’approccio all’intervento di restauro è stato quello di far emergere l’architettura originale, consolidandola, ma mantenendola a rudere, andando a realizzare dei volumi strutturalmente indipendenti all’interno del perimetro di ogni edificio.

Questo ci ha permesso di utilizzare un linguaggio contemporaneo ma rispettoso del valore storico e culturale del borgo. Parallelamente al progetto architettonico abbiamo approfondito la questione dei fondi europei del PSR (Piano di Sviluppo Rurale), destinati ai giovani che intendano avviare un’azienda agricola, e dei fondi destinati proprio al restauro, al fine di restituire un quadro di quelle che sono le agevolazioni che si avrebbero decidendo di prendersi carico del recupero di uno di questi borghi abbandonati. La nostra speranza è che studi di questo tipo possano arrivare alle amministrazioni comunali, che spesso sono insensibili a questi temi, forse più per pigrizia che per reali questioni economiche, spronandole a fare qualcosa prima che sia troppo tardi, prima che questo patrimonio architettonico “minore”, che caratterizza non solo la Sardegna, ma l’intera Italia, vada irrimediabilmente perduto e dimenticato, portandosi con se un pezzo importante della nostra storia e delle memoria collettiva di ognuno di noi.

Esser premiati vi ha portato la visibilità attesa?

Ricevere questo riconoscimento dal Politecnico è stato sicuramente una sorpresa e ci ha lusingato. L’effetto principale che ha avuto è stato quello di darci più sicurezza in noi stessi, soprattutto perché ci eravamo laureati da pochi mesi e stavamo vivendo quel limbo temporale che segue la laurea, in cui non si sa bene dove si andrà a finire. Ci ha insegnato che le cose, se ben fatte, vengono riconosciute come tali in maniera oggettiva, senza per forza il bisogno di avere spinte o raccomandazioni di qualche tipo. Questa constatazione ci ha dato una spinta di positività che ancora ci portiamo dietro. Per quanto riguarda invece la visibilità da un punto di vista professionale, sapevamo che sarebbe stato un aspetto secondario di questo premio, in quanto interno alla facoltà e ricevuto in un momento in cui ancora eravamo più studenti che altro. Per la visibilità di questo tipo aspettiamo di vincere un concorso internazionale.

Avete dei modelli a cui vi ispirate? Quali sono i vostri principi guida in fase di progettazione?

In ogni progetto affrontato finora (virtualmente) durante gli studi universitari o durante concorsi, uno dei principi guida che abbiamo sempre rispettato è stato quello dell’attenzione al contesto e al genius loci: non ci piacciono le architetture calate dall’alto, che non tengono conto dell’impatto che possono avere su un tessuto consolidato, architettonico o culturale che sia. E’ un aspetto della progettazione che ci piace curare: in un mondo in cui non ci sono più vincoli formali, in cui non c’è più un linguaggio consolidato come avveniva fino ai primi del ‘900, fino all’avvento del calcestruzzo, noi ci diamo il vincolo del rispetto delle preesistenze, dello studio del territorio e della cultura del luogo in cui si va a progettare, utilizzando, dove è possibile, materiali, tecniche e linguaggi formali locali, attualizzati al nostro presente. Queste sono però solo speculazioni, e speriamo di poter mettere presto a frutto queste nostre idee in progetti reali… e la Sardegna, con i suoi stazzi che costellano il paesaggio, sarebbe il luogo ideale per un tipo di architettura contemporanea che sposi una tradizione costruttiva secolare. Nel panorama internazionale ci sono diversi grandi studi che hanno una visione in parte simile, anche se a scale di dimensioni maggiori, e a cui spesso ci ispiriamo nei nostri progetti: pensiamo a David Chipperfield, Peter Zumthor, Tadao Ando e, andando più indietro nel tempo, al maestro Frank Lloyd Wright.

Come considerate oggi la professione dell’architetto?

L’impressione è che l’architettura non stia attraversando un bel periodo: sotto un certo punto di vista sembra che molte persone ritengano questa figura professionale superflua, pensando che il suo apporto possa essere sostituito da un po’ di buongusto, nella convinzione che l’architetto sia colui che semplicemente si occupa di estetica, subordinato a chi invece si occupa di questioni più reali come ingegneri e geometri. Sappiamo benissimo che la realtà è molto diversa e che l’architetto, oggi, è una figura completa, capace di occuparsi di aspetti strutturali e di impiantistica, così come di aspetti formali. Ma questo è un tipo di diffidenza che, soprattutto in certi contesti, come potrebbe essere la provincia, non è facile da sradicare. Anche negli studi di architettura e nella libera professione la situazione non è delle migliori: in generale non girano molti soldi, i dipendenti degli studi sono sottopagati e per i giovani architetti italiani, nonostante una formazione tra le migliori d’Europa, le prospettive non sono delle più incoraggianti, tanto che spesso si è costretti ad andare all’estero, alimentando quel circolo vizioso in cui un paese spende per la formazione delle persone senza che poi ci sia un ritorno economico negli anni seguenti. Ma la colpa non è sicuramente di noi giovani architetti, ma di un sistema, quello italiano, che non funziona bene. La speranza è che le cose cambino ovviamente, perché per il nostro paese l’architettura, il restauro e la valorizzazione del patrimonio architettonico saranno davvero il futuro, e la figura professionale indicata per risolvere questi aspetti sarà proprio la nostra. La gente deve aver fiducia negli architetti, perché non sono la stessa cosa degli ingegneri e dei geometri, ma sono delle figure professionali complementari e la cui formazione è precisamente volta alla risoluzione di problematiche legate al benessere delle persone nell’ambiente costruito. E che cosa c’è di più importante che vivere bene nella propria casa?

Cosa amate di questa professione e perché avete scelto di fare l’architetto?

Ci sono diversi aspetti dell’architettura che ci affascinano: uno di questi, forse quello più profondo, è la possibilità di lavorare su un aspetto ancestrale dell’esistenza, cioè quello del riparo, della dimora, del calore e della sopravvivenza, che nella cultura occidentale degli ultimi tremila anni si è sviluppato e raffinato sempre di più, portando a ciò che oggi definiamo come architettura, che, in una della sue accezioni romantiche, si configura come l’arte di far star bene le persone nell’ambiente costruito. Vista così la professione è ha una componente di fascino non da poco. In maniera più pragmatica poi ci sono altri aspetti che rendono quella dell’architetto una professione unica: per esempio la responsabilità di realizzare qualcosa che molto probabilmente sopravviverà a noi stessi, che influenzerà il paesaggio e la percezione dello spazio di altre persone, oppure, parlando di restauro, la responsabilità di operare, quasi come fossimo dei medici, su edifici antichi, dal valore materiale e culturale inestimabile, influenzando, con le nostre scelte, la loro stessa sopravvivenza. L’architettura è fatta di responsabilità, e queste responsabilità sono sfide che, per il loro valore sociale importantissimo, hanno bisogno di qualcuno che abbia la voglia, la pazienza e il coraggio di portarle a termine.